Ritorno a Eboli

***Fotografie di Camilla Martini per LeStraniere

La difficile quotidianità dei docenti della Buona Scuola costretti a vivere in ostello a 1500 km da casa

Doveva essere, nelle intenzioni, «un piano straordinario di assunzioni nella scuola». La legge 107, la cosiddetta Buona scuola voluta dal Pd, puntava sull’aumento di organico degli insegnanti per affrontare la carenza strutturale di docenti. Regole chiare, accesso solo tramite concorso, superamento del precariato. A quasi tre anni di distanza sono però evidenti soprattutto le criticità di questa legge, che arrivano fino alle accesissime polemiche sull’alternanza scuola-lavoro e allo sciopero che ha riguardato la scuola primaria all’inizio di gennaio. Problematiche forse inevitabili, del resto, di fronte a cambiamenti così importanti. I ritardi nelle assunzioni, l’eccessiva autonomia dei singoli istituti scolastici nella selezione degli insegnanti, le chiamate da un lato all’altro d’Italia, hanno causato polemiche e ricorsi. E se, andando avanti nel tempo alcuni problemi si risolveranno naturalmente con l’assorbimento di tutti i precari delle graduatorie, resta un «bug» come quello dei trasferimenti, che continua a creare disagi.

«Mi hanno chiamato il 29 di agosto e dal 1° di settembre sarei dovuto entrare in servizio. In pochi giorni ho avuto una vita completamente nuova, del tutto scombussolata. Sono andato in crisi quando è arrivata la chiamata e molti miei amici e colleghi mi hanno preso per pazzo, a reagire così per aver ottenuto finalmente il ruolo». Incontriamo Federico all’ostello di Bassano del Grappa, a pochi chilometri dalle montagne, tra le province di Treviso e Vicenza. Federico, insegnante di educazione fisica, è originario della provincia di Lecce, ma da diversi anni vive al nord Italia. «Ho fatto il militare a Bologna per un anno. Dalle mie parti dopo il diploma le alternative sono due, fare il militare oppure proseguire gli studi. Ma un anno di caserma mi è bastato», racconta. Si laurea a Verona in scienze motorie, poi le prime esperienze di insegnamento in Trentino, «dove avevo un parente, non è da poco avere un appoggio quando ti chiamano magari per dieci o quindici giorni, soprattutto i primi tempi». Federico, classe ’82, si laurea esattamente l’anno in cui chiude la Ssis, quella che per un decennio è stata la scuola di specializzazione all’insegnamento, sostituita poi dai nuovi «tirocini formativi attivi», i tfa. Uno degli altri obiettivi dichiarati della buona scuola era proprio il raccordo dei vari percorsi di abilitazione, che tra concorsi e cicli accademici, ha moltiplicato le categorie di docenti e le graduatorie. «Mi sono inserito in terza fascia, potevo fare solo delle supplenze » spiega Federico, «e ho insegnato quando potevo, sfruttando altri lavoretti che mi venivano offerti in ambito sportivo per farmi una base per poter vivere, dal seguire le giovanili nel calcio all’allenare una squadra di pallavolo». Poi con il tirocinio abilitante le possibilità si sono allargate, le supplenze sono diventate più lunghe e meno saltuarie. Due anni fa il concorso, «in Trentino non c’erano posti per la mia classe di concorso, dunque ho scelto il Veneto, per ovvie ragioni di vicinanza geografica. Potevo continuare a fare il mio lavoro e rimanere precario oppure darmi una possibilità», ed è così che Federico ha ottenuto la titolarità di cattedra in un istituto di Bassano. Il desiderio tuttavia è quello di tornare ad insegnare in Trentino appena sarà possibile. «Lì mi sono costruito tante cose, nonostante non conoscessi nessuno. Ho fatto parte di un club di calcio, seguo una squadra di ragazzi che alleno. E poi c’è la mia ragazza, con cui abbiamo comprato casa assieme da qualche anno. È una collega, ci siamo conosciuti a scuola».

Quella di vivere in ostello è una scelta quasi obbligata per molti lavoratori della scuola, arrivati qui da lontano. «Abbiamo sempre una richiesta molto alta da parte di insegnanti e personale Ata», spiegano Paolo e Mathilda, parte dello staff, «a novembre ne abbiamo respinti una decina almeno, perché eravamo pieni. Qui a Bassano è difficile trovare un appartamento, ce ne sono pochissimi in affitto. E capita spesso che arrivino docenti con incarichi di uno o due mesi». L’ostello di Bassano, gestito dalla cooperativa sociale «Luoghi Comuni», ha sede in un edificio dell’Ottocento, molto curato e ben tenuto, il vecchio orfanotrofio della città, da una trentina d’anni convertito all’accoglienza di turisti e visitatori. «Da quando l’abbiamo in gestione noi, circa tre anni, abbiamo sempre ospitato professori e bidelli. Al momento sono in quattro, normalmente la media è di 5 o 6 su un totale di una quindicina di posti a lunga permanenza», spiega Paolo. In ostello si organizzano corsi di pittura, di fotografia, concerti, qualcuno insegna anche a riparare biciclette. «Qui si crea un po’ una famiglia, non va sottovalutata questa cosa», riflettono Mathilda e Paolo, «teniamo molto a far sì che ci sia sempre un bel clima, che gli ospiti si sentano a casa. C’è un aspetto sociale molto importante nel vivere in posti come questo, magari per un insegnante che arriva dal sud e non conosce nessuno».

I dati del Miur conteggiano per lo scorso anno scolastico quasi 750mila insegnanti, tra organico funzionale, sostegno e potenziamento, «sommando il personale Ata arriviamo a 850-870mila assunti a tempo indeterminato, il cosiddetto personale di ruolo», quelli cioè che possono chiedere di essere trasferiti ad altri istituti. «Mediamente ogni anno le domande di mobilità sono oltre 200mila, e quelle che ottengono esito positivo sono intorno alle 80mila, 60mila sono docenti, il resto personale amministrativo e tecnico». Questi dati sono quelli raccolti dalla Flc, la branca della Cgil che si occupa dei lavoratori della conoscenza. A parlare è Americo Campanari, che da vent’anni si occupa di scuola all’interno del sindacato. «La maggior parte di questi movimenti comunque avviene all’interno della stessa provincia, mentre gli spostamenti interprovinciali sono attorno ai 15mila l’anno, di cui circa il 10 per cento riguarda il personale non docente», spiega. Una delle critiche maggiori fatta in questi anni riguarda il famigerato «algoritmo », cioè il programma informatico che ha gestito le assegnazioni. «Mentre in passato la mobilità si faceva in tre fasi, tra comune, provincia, e tra le diverse province, con la legge 107 queste fasi sono diventate otto», spiega Campanari, «incasellando il personale docente in categorie diverse ai fini della mobilità, complicando enormemente le operazioni. Si sono poi prodotti una serie di errori, cui si sono sommati i ritardi nel far uscire i risultati. È stato un disastro».

Alcune mediazioni tra sindacati e ministero hanno aggiustato qualche aspetto del processo di selezione, ad esempio lasciando aperta la possibilità di scegliere non più solo gli ambiti di insegnamento ma anche le scuole, «abbiamo dunque semplificato di molto i vincoli dell’anno precedente. Il sistema l’anno scorso tutto sommato ha funzionato, rispetto a prima. Quindi dal punto di vista delle procedure è stata una mobilità regolare. Tutt’altra cosa è che la mobilità abbia soddisfatto le aspirazioni. Perché se la maggior parte del personale ha ottenuto trasferimenti da 300 a 700 chilometri da casa, è chiaro che esiti di questo tipo possono accontentare solo in parte. Ma questo è un problema di opportunità, che riguarda ad esempio il fatto che al sud di posti non ce ne sono abbastanza». Il tema della scuola si innesta infatti su problemi più ampi per il Paese, come la frattura tra sud e nord Italia. «Nelle province del Nord abbiamo sempre avuto moltissimi insegnanti da regioni del Sud iscritti nelle nostre graduatorie, con dati anche sopra il 50 per cento, e c’è chi è rimasto qui anche dieci anni prima di ottenere la mobilità», spiega Sandra Biolo, segretaria della Cisl Scuola Veneto. «C’è da dire che il sud ormai è saturato, chi poteva trasferirsi lo ha già fatto. Il sud sta avendo una diminuzione significativa nel numero degli alunni, e questo fa sì ovviamente che diminuiscano anche i posti disponibili per i trasferimenti», riflette Biolo. «Anche in Veneto il numero degli alunni è diminuito, di poco meno di 5mila unità. Ma l’organico assegnato dal Miur ci ha dato qualche insegnante in più, nell’ordine del centinaio per tutta la regione. È una cosa positiva, che ha permesso di costituire classi meno numerose, si è potuto realizzare il tempo pieno dov’era richiesto, e in qualche modo si è potuta aggiustare qualche criticità emersa negli ultimi anni».

Uno dei meriti della riforma, proprio in virtù dell’idea di rafforzare gli organici, è stato quello di riportare a scuola docenti e precari che per molto tempo sono rimasti ai margini, risorse sottoutilizzate del comparto scolastico. È il caso di Filippo Leto, insegnante siciliano di scultura, arrivato nella provincia di Vicenza a settembre, anche lui ospite in ostello. «Le prime supplenze le feci nel 2007, in alcuni licei artistici in Umbria, dopo aver frequentato un corso abilitante di due anni» racconta Filippo. «Avevo scelto la provincia di Perugia come prima esperienza, ed ebbi la fortuna di essere chiamato subito. Ma la provincia era piccola, inoltre la mia classe di concorso non si trova in molte scuole. Avevo sbagliato un po’ i calcoli, anche a causa dell’inesperienza. Per otto anni dunque non misi più piede in una scuola, non mi chiamarono più a insegnare». «Per campare mi sono ritrovato a fare tanti lavori, dal cameriere al lavapiatti» continua Filippo, «tanto è vero che nel 2015, quando uscì il bando per le nuove assunzioni, lavoravo per un’impresa di pulizie a Palermo. Mi licenziai e partecipai al concorso, questa volta scegliendo la provincia di Milano, più grande e con più scuole, entrando in graduatoria per il rotto della cuffia». Filippo rientra infatti tra i primi venti, ottenendo un posto in un liceo di Castano Primo, nell’hinterland meneghino. L’anno dopo, superato il periodo di prova, viene assegnato a due scuole contemporaneamente, a Milano e a Magenta. «Poiché ero sempre in sovrannumero in quella provincia, feci nuovamente domanda di mobilità. E sono finito a Nove, nel vicentino. Qui ho la titolarità di cattedra, dunque ho intenzione di rimanere per i prossimi tre anni, senza chiedere nuove mobilità. Per ora casa mia è il Veneto, poi se fra tre anni si dovesse liberare qualche posto vicino a casa ovviamente ci tornerei volentieri». Vivere in ostello aiuta a risparmiare, quando in bilancio oltre ad un posto dove dormire si aggiunge l’affitto di una casa a Palermo e i voli in aereo (rigorosamente low cost) per raggiungere la famiglia in Sicilia.

«A maggio mi sono sposato» racconta Filippo, «e ora a febbraio tornerò a casa per diventare papà». Filippo, che oltre ad insegnare fa l’artista e ha un suo studio di scultura a Palermo («non l’ho mai chiuso, ci bada mio fratello»), ci mostra la sua ultima opera, che sta costruendo in ostello. È una giostra, alta mezzo metro, con un dispositivo funzionante che farà trottare su e giù dei piccoli cavalli, ricavata da materiali di recupero, pezzi di cartone riciclati e colla, con la base rotante ottenuta da un vecchio cerchione di bicicletta. Sarà il primo regalo che potrà fare a sua figlia. «La cosa bella di abitare qui è che anche umanamente non sei mai solo, puoi trovarti degli amici, è un ambiente che ti tira su e ti fa sentire meno la lontananza» riflette Filippo. «Perché va bene il lavoro, è bello poter inseguire il proprio sogno. Ma il rovescio della medaglia è che mi trovo sempre a 1500 chilometri dai miei affetti».


 

Camilla Martini è giornalista, fotografa e regista. Ha realizzato articoli e reportage per Radio Popolare, Il Manifesto, Vice. È autrice di documentari a tema ambientale e ha diretto videoclip musicali e video d’arte. È fondatrice di LeStraniere, collettivo che si occupa del lavoro delle donne nei media.

Scrive di cultura e musica. Si occupa anche di ambiente e paesaggio, fin dal primo stage al quotidiano ecologista Terra. Collabora con Vice, Il Manifesto, Altreconomia. Ha scritto anche per l’Unità, Il fatto quotidiano, Linus, Rolling Stone, Pagina 99, la rivista culturale Gli Asini.