Orgogliosamente U!

Orgogliosamente U!

La prima verità, che non vogliamo tacere ai nostri lettori, è che la nostra è la storia di un fallimento. Il nostro non è un giornale perfetto e siamo in forte difficoltà tecnico tattica motivazionale. Ad esempio, nella versione online, manca tutta la parte in cui vi invitiamo a cliccare compulsivamente su notizie del cazzo e non abbiamo ancora sviluppato una adeguata strategia social DEL TIPO clicca qui, guarda qua, leggi lì, fai un passo, fanne un altro, mani in alto questa è un’inchiesta!

Paghiamo lo scotto dell’inesperienza ma stiamo prendendo appunti. Dice ad esempio Marco Imarisio del Corriere della Sera dal suo account Twitter: «Il clickbait serve a vendere pubblicità, sappiamo di mettere online cazzate ma al momento funziona così, anzi l’aumento delle minchiate significa che sta andando bene». Più minchiate, dunque.Ma dobbiamo anche migliorarci riguardo lo sfruttamento dei nostri collaboratori, pagare tutti in tempi dignitosi è poco cortese nei confronti di tutti gli altri e i tizi che “viva la libertà di stampa, i Roberto Spada? che vergogna!”, ci stanno con il fiato sul collo.

Senza contare che nell’arco di nove mesi non siamo ancora riusciti a trovare uno straccio di referente politico, uno che ci dica cosa scrivere sotto campagna elettorale e poi sospenda le pubblicazioni un secondo dopo le elezioni. D’altra parte è questa una delle cinque W del giornalismo: W la propaganda. 
Dobbiamo fare di più, ci è chiaro e ci stiamo riflettendo. Abbiamo pensato, ad esempio, che potremmo organizzare uno di quei MERAVIGLIOSI workshop di giornalismo radio-carta-web-foto-satirico-televisivo. in collaborazione con le grandi firme  della stampa nazionale (l’amico di “mio” padre che ha fondato quel famoso settimanale o dirige quel celebre telegiornale). Un corso al quale si accede su base meritocratica (500 euro a testa) e a conclusione del quale potrete vantarvi con gli amici, facendo finta di aver appreso in sole tre mosse tutti i segreti del nostro mestiere. Parlando di segreti, non possiamo fare a meno di raccontarvi d’aver trascorso la maggior parte di queti mesi a convincere alcuni lettori particolarmente avulsi dalla realtà che non siamo finanziati da George Soros o altri squali dell’alta finanza.

Ma come si può pensare che un giornale italiano possa avere legami occulti con grandi gruppi finanziari o di potere? Ma dove vivono i nostri lettori!, che fantasiosi sono!, ci siamo detti. Comunque sì, più in generale, c’è della diffidenza nei confronti di noi giornalisti, sembra quasi che  il gioco delle liste di proscrizione per  giornalisti ostili stilate da figure di spicco della politica italiana possano aver condizionato la società civile. Sembra strano, ma tant’è.
E dobbiamo farci i conti.

L'Articolo 2018 - Cosa resta dei diritti della classe operaia?

U!Magazine n.3

A proposito di conti, vorremmo anche parlarvi di quanto di positivo abbiamo fatto finora. Ad esempio: SIAMO IN PERDITA. Siamo insomma riusciti a tenere il passo con i più grandi gruppi editoriali anche se, a differenza degli altri, non abbiamo ricevuto alcun finanziamento pubblico e abbiamo perdipiù commesso l’errore di non avere conti in sospeso con i lavoratori.  Motivo per cui la famosa agenzia di rating FNSI ci ha declassato: con la scusa che tanto siamo una vertenza persa fa come se non esistessimo e non ci sostiene.
Per il futuro, comunque, ci riserviamo di essere più vaghi rispetto ai compensi e utilizzare maggiomente la formula “Se non la smetti, porto i libri in Tribunale”, che pare funzioni. Tanto i freelance sono uomini e donne di mondo, non si lamentano, non sporcano, si sono fatti furbi. Ché si sa: tra chiama il sindacato, parla con l’avvocato, prova con le buone, prova con le cattive, le spese vive: non vale la pena. Al limite qualcuno potrebbe pubblicare un post allusivo su Facebook, senza fare nomi ché non sta bene, quel vedo-non-vedo che rende più consapevoli i lettori e terrorizza gli editori: “Ho lavorato per un CERTO giornale, che a distanza di mesi mi deve ancora una CERTA cifra”. Quel “certo giornale” a quel punto, di solito, cambia completamente la propria politica retributiva, a meno che non intervengano GLI AMICI DEL SINDACATO e convincano i propri iscritti a rinunciare al 30% del dovuto. «Il restante verrà dilazionato in cento comode rate» MA l’accordo ti dà anche diritto ad entrare a far parte dell’ambìto bacino dei collaboratori – un luogo fantastico che in realtà non esiste – e così tu puoi continuare a sperare in una futura collaborazione gratuita.
E’ chiaro che non siamo ancora perfettamente entrati in queste dinamiche, perché tante volte uno – PER IGNORANZA – si dice: è immorale. Mentre invece la chiave è proprio questa: fottere, fottere, e ancora fottere. D’altra parte siamo tutti d’accordo, ormai da anni, che è il mercato a dover decidere quali giornali debbano stare in piedi e quali in ginocchio. E poi com’è quella cosa SIMPATICISSIMA che si dice sempre? Ah, sì: «I lettori sono i nostri unici padroni». Ma pure quelli che leggono solo minchiate – vedi sopra – o abbiamo una giuria di qualità?

Per concludere, non siamo semplicemente in perdita ma siamo orgogliosamente in perdita perché abbiamo pagato il lavoro di tutti e avuto a cuore la diffusione di questa rivista più che i profitti. Quindi ditelo in giro: leggo un giornale completamente indipendente che non sfrutta i propri precari; scrivo per una rivista che mi salda a trenta giorni e in maniera equa. Vi risponderanno che siete dei pazzi, ma voi non prendetela a male. Nel gergo giornalistico significa che abbiamo fatto una rivoluzione.

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