Macelleria sociale

Un sistema che rende i lavoratori schiavi, favorisce truffe milionarie e mette fuori mercato le aziende oneste. Il settore della lavorazione carni emiliano vive da anni in una giungla in cui vince l’azienda più criminale e spregiudicata mentre le denunce ripetute e disperate del sindacato, della Guardia di Finanza e dell’Ispettorato del lavoro cadono nell’indifferenza della politica e della magistratura. Emblema di questo tipo di condotta è la Castelfrigo dei fratelli Ciriesi, in provincia di Modena.

Yao Germain si stringe nella giacca per ripararsi dal primo freddo scivolato all’improvviso a fine ottobre sulla pianura padana quando sfila per le strade di Castelnuovo Rangone, piccolo centro della provincia modenese, il corteo dei lavoratori in appalto della Castelfrigo, una delle maggiori aziende di lavora­zione carni del territorio. Yao è della Costa d’Avorio ed è arrivato in Italia a 30 anni nel 2000, da undici anni lavora nell’azienda finita sotto i riflettori per le condizioni di la­voro inaccettabili denunciate dalla Cgil. “Ho cambia­to 4 cooperative in questi anni lavorando sempre nello stesso po­sto. – racconta Yao – Ho 4 figli da mantenere e, anche se mia moglie lavora, i soldi non bastano mai per questo ho dovuto accettare di percepire parte della retribu­zione sotto forma di trasferta Italia. Se mi fossi opposto avrei perso il lavoro. Solo che l’Agenzia delle Entrate ha fatto degli accertamenti e mi è arrivata una multa di 18 mila euro”. Non è l’unico sopruso che racconta di aver subito da parte delle coopera­tive che appaltano il lavoro dalla Castelfrigo. “Ci costringevano a recupe­rare i 10 o 15 minuti di pausa previsti dal contratto, ci impedivano di andare in bagno per non interrompere la produzione, tanto che un mio collega cinese una volta se l’è fatta addosso ed è dovuto tornare a casa”. Yao protesta con i suoi 126 colleghi, tutti stranieri di cinque etnie diverse, perché le due cooperative appaltanti per cui lavorano, Ilia d.a. e Work Service appar­tenenti al consorzio Job Service, hanno deciso di licenziare tutti dopo un anno e mezzo di feroce contrapposizione con la Flai e la Filt Cgil che rivendicavano il “ripristino della lega­lità” a loro dire cancellata da questo sistema di appalti e subappalti a coopera­tive che nascono e muo­iono nel giro di pochi anni con sempre le stesse persone che a rotazio­ne si alternano nella loro gestione. Il 17 ottobre è stato annunciato uno sciopero ad oltranza poi proseguito per più di due mesi mentre il 31 dicembre le due cooperative hanno chiuso  i battenti senza che lo stentato dia­logo con le istituzioni, regio­nali, provinciali e comunali, abbia sortito alcunchè.

«Queste pseudo cooperative – racconta il segretario regionale Flai Cgil Umberto Franciosi in trincea da anni su queste tematiche – offrono alle imprese della macellazione i loro servizi con prezzi ampiamente sotto il costo orario medio del settore, elemento che, se ci fosse un minimo di responsabilità sociale ed etica, dovrebbe automaticamente escluderli dall’ affidamento di lavori in appalto. Pur­troppo, nella realtà, accade che pseudo imprese cooperative offrano i loro servizi a 12 – 15 euro/ora, contro il costo orario complessivo di un lavoratore dell’indu­stria alimentare che supera i 26 euro/ora. Le false cooperative per mantenere un prezzo così basso emettono buste paga con meno ore di lavoro dichiarate, con importi retribuiti come trasferte o rimborsi a cui non si applicano trattenute previdenziali o Irpef. Inoltre si aumentano i ritmi di lavoro, la velocità e le forme di sfruttamento dei lavoratori“.

E quando questi lavoratori si ribellano, partono le ritorsioni come racconta Martin Blliku albanese di 45 anni che da 8 lavora in Castelfrigo attraverso diverse cooperative.  “Sono stato spostato per punizione al reparto accanto alle celle frigorifere dopo essermi lamentato per le buste paga irregolari e per il fatto che non ci concedono di andare in bagno. Mi hanno tenuto in quel reparto a lungo senza farmi ruotare in altri reparti più leggeri nonostante sia previsto dal contratto. A fine giornata tornavo a casa con le gambe nere per il freddo dal ginocchio in giù”.

Anche Blliku si è visto recapitare dall’Agenzie delle Entrate una multa di 50 mila euro perché negli anni gli è stata versata parte della retribuzione con la trasferta Italia per evadere contributi e tasse: “Chi me li deve dare 50 mila euro adesso che non ho neanche più un lavoro né alcuna entrata economica?”. Ancora più salato il conto che dovrebbe pagare Harun Lulja,  albanese che lavorava per Work Service e oggi deve rispondere di mancati versamenti di contributi per 600 mila euro. Harun che regge lo striscione della Flai Cgil (unico sindacato in corteo) sotto braccio ad un collega, non parla bene l’italiano e quando ha capito cosa significava quella lettera pervenutagli dall’Agenzia delle Entrate si è sentito male perché non capiva il motivo della richie­sta di quella cifra abnorme. “Il caporale mi ha detto di firmare un documento anche se non capivo cosa c’era scritto e mi sono trovato ad essere presidente della coope­rativa senza saperlo. Ora dovrei pagare tutti i debiti”. La cooperativa in questione è la Framas che ha lavorato in Castelfrigo con le consuete modalità e fa parte anch’essa del famige­rato consorzio Job Service dei fratelli Melo­ne.  Domenico Melone, che orchestra da anni questo giro vorticoso di cooperative insieme alla sorella, contattato per dare la sua versione dei fatti, non ha voluto rispondere alle domande.

Avremmo voluto chiedergli se è vero che nei reparti appaltati alle sue cooperative girano vigilantes armati, non si rispettano gli orari di lavoro, le buste paga sono irregolari e si lascia a casa senza lavoro chi chiede il rispetto dei diritti come raccontano i lavoratori. A fine settembre, ad esempio, una cinquantina di addetti sono stati allontanati senza preavviso dalle linee produttive durante la pausa pranzo, è bastato disattivare il badge per impedire loro di riprendere il lavoro no­nostante, raccontano, “I colleghi ci testimoniavano il ricorso a ore di straordinario per chi stava dentro”. Un’altra testimonianza parla di una donna che, rientrata dalla maternità, ha trovato la sua vecchia cooperativa chiusa, nel frattempo ne era nata un’altra che aveva assunto tutti i suoi colleghi tranne lei che si era permessa il lusso di fare un figlio.

Quando nel 2010, dopo qualche mese dal suo arrivo in Italia dalla Romania, Claudio Gabriel Tataru, 27 anni, trovò un lavoro a tempo indeterminato presso una cooperativa del consorzio Job Service  si sentiva molto fortunato ma anche lui sarebbe caduto a breve nel girone infernale dell’illegalità diffusa ed impunita. “Nel 2014 – racconta – trasformarono il mio contratto da indeterminato a determinato senza il mio assenso, senza una firma, senza un pezzo di carta, e da allora mi hanno fatto 17 proroghe, inoltre in due anni ho cambiato ben 5 cooperative ma lavoravo sempre nello stesso posto cioè in Castelfrigo. Ad agosto scorso, dopo l’ennesimo sopruso mi sono deciso a denunciarli all’ispettorato del lavoro”. Tataru aveva all’inizio un ottimo rapporto con Roberto Ciriesi, patron di Castelfrigo, ma poi, racconta “a maggio ho subìto un intervento a causa del quale mi sono stati prescritti sei mesi di malattia”. Ad una cooperativa abituata a infrangere qualsiasi prescrizione di legge è sembrato inaudito dover pagare la malattia ad un proprio “dipendente”. “E’ da quel momento che sono iniziate le minacce di lasciarmi a casa, così mi sono deciso a denunciare, ma ad oggi non è cambiato nulla, i responsabili della cooperativa non si sono presentati all’incontro in DTL e l’ispettore del lavoro mi ha detto che devo fare causa per far valere i miei diritti”.

I controlli, che pure in questi anni ci sono stati, hanno sortito pochi effetti. In parte perché, secondo quanto dichiarato da Tataru, in qualche modo i responsabili sembravano informati dell’arrivo degli ispettori e provvedevano a mettere tutto in ordine in parte perché delle numerose denunce e segnalazioni fatte in Procura  in questi ultimi anni dalla Cgil, dall’Ispettorato del lavoro e dalla Guardia di finanza non si è mai saputo nulla, risucchiate in un buco nero di cui adesso, su sollecitazione del consigliere di sinistra Piergiovanni Alleva, chiede conto anche il presidente della Regione Stefano Bonaccini.

Intanto, mentre il segretario della Flai-Cigl Marco Bottura e tre operai – Tano, Martin e Chen – affrontavano uno sciopero della fame, a fine dicembre è stato firmato un accordo separato dalla Cisl che prevede l’assunzione di 52 lavoratori selezionati tra quelli che non hanno aderito agli scioperi degli ultimi mesi. Il responsabile Fai/Cisl in un’intervista ad una radio locale, sotto­linea che i lavoratori selezionati “sono quelli che finora hanno lavorato, quelli che hanno creduto nel progetto dell’azienda e che, fin da quando è iniziata la vertenza hanno continuato a lavorare”. Insomma, la Cisl ha avallato il principio che chi sciopera è fuori, ma non è neanche riuscita ad ottenere un’assunzione diretta dalla Castelfrigo: i 52 “fortunati” infatti sono stati assunti dalla solita agenzia di somministrazione e per soli sei mesi. L’azienda preferisce pagare di più (ai costi del personale vanno aggiunte le commissioni per l’agenzia) pur di mantenere i lavoratori precari. I bilanci aziendali in effetti fino ad ora gli hanno dato ragione: il ricatto, i soprusi, la violazione delle leggi pagano, e bene anche.

***Fotografie di Valeria Sacchetti

Giornalista freelance, ha lavorato per Epolis e collaborato con l'Unità. Per sei mesi alla DG Comunicazione del Parlamento Europeo a Bruxelles, attualmente lavora come ufficio stampa.