Lavoro selvaggio

 

Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, dalla riforma Fornero al Jobs Act: sono almeno vent’anni che i lavoratori sono presi a bersaglio da legislatori che, a prescindere dal colore politico, con le loro “riforme” hanno via via picconato il quadro di garanzie e diritti conquistati con dure lotte. Ma se le nefandezze più clamorose del Jobs Act sono bene o male note (licenziamenti facili anche senza giusta causa, demansionamenti arbitrari, acausalità del tempo determinato, videosorveglianza), è passata sotto silenzio un’apparentemente insignificante riforma del codice civile voluta dal governo Renzi finalizzata a rendere rischioso per un lavoratore ricorrere al giudice qualora ritenga di aver subito un’ingiustizia sul posto di lavoro. Il principio cardine che regola la materia è il criterio della soccombenza sancito dall’art. 91 c.p.c., laddove prevede che il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa.

Ma prima della riforma del governo Renzi, i giudici del lavoro raramente condannavano un lavoratore che aveva perso la causa a rifondere le spese legali del datore di lavoro, avendo ben presente la disparità tra le parti, non solo dal punto di vista economico ma anche di disponibilità delle prove. Occorre infatti considerare che il lavoratore è costretto a ricorrere all’autorità giudiziaria per sottoporre alla valutazione di legittimità un atto unilaterale del datore di lavoro che – fino ad accertamento diverso, che può avvenire solo da parte del giudice – è efficace e modifica sostanzialmente la sua sfera esistenziale.

Se a ciò si aggiunge che la riforma Fornero ha introdotto dei termini di decadenza per la proposizione molto brevi riducendo da 5 anni a 180 giorni la possibilità di poter intraprendere determinate azioni per il rispetto dei propri diritti, si comprende come ci sia stata una vera e propria violenza da parte del legislatore riguardo i principi sanciti dall’articolo 24 della Costituzione che stabilisce di non porre ostacoli ai cittadini nell’ accesso alla giustizia per garantire democrazia e uguaglianza. Un lavoratore sottopagato precario e ricattato preferirà tenersi l’ingiustizia piuttosto che rischiare di pagare migliaia di euro in caso di soccombenza contro una controparte in vantaggio per la sua posizione oggettiva.

Ulteriore impedimento a rivolgersi al giudice è stata l’introduzione del contributo unificato con il governo Monti, una specie di gabella che varia a se­conda del valore della causa dalla quale sono esentati solo coloro che hanno un reddito famigliare molto modesto.

La riduzione delle tutele ha così raggiunto livelli inaccettabili tali che i più deboli ne vengono isolati e schiacciati mentre i numeri e i dati dimostrano la falsità del pretesto secondo il quale l’economia beneficerebbe della debolezza della manodopera. E mentre si tagliavano i diritti, in questi ultimi anni i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri aumentati vertiginosamente.

A chi servono dunque queste politiche?

Avvocato giuslavorista, si é laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bologna nel novembre 1990. Ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in diritto del lavoro, difendendo solo i lavoratori. E’ dal 1992 legale fiduciario della CGIL di Bologna e dal 1997 è legale fiduciario di Teorema Bologna s.r.l.