Non volevamo solo scrivere per un giornale, volevamo avere il potere di farlo fallire

Durante una riunione, agli inizi di U!, ci sia­mo ritrovati a parlare di amministratori delegati e a valutare, per gioco, l’eventua­lità di nominarne uno. Ma a cosa serve in fondo un AD?, ci siamo domandati. “A studiare piani lacrime e sangue se le cose si mettono male e a portarsi via qualche miliardo di buonuscita per aver svolto egregiamente il suo compito (licenziare tutti gli altri)”. Più o meno in Italia funziona davvero così, da grandi poteri derivano sempre e solo piccolissime responsabilità. Per questo motivo abbiamo pensato che se anche il nostro progetto dovesse crescere molto, salteremmo comunque quel passaggio (pagare qualcuno un mucchio di soldi perchè ad un certo punto ci comunichi che le pubblicazioni sono sospese) assumendo direttamente su noi stessi quel potere, il potere di non farcela. Ché se lo si guarda dal punto di vista di chi di solito subisce e basta (prima gestioni scellerate e poi chiusure a tradimento), non è poi così negativo, anzi. Significa non essere ricattabili  e significa essere padroni delle proprie vite e del proprio mestiere (posto che un giornalista, per potersi realmente definire tale, non può in nessun modo accettare in silenzio di subire pressioni, anche economiche, e chi dice il contrario – appellandosi alla vostra solidarietà dopo essere stato, finchè gli è convenuto o gli è stato concesso, a disposizione di certi editori – non è in buona fede). Dunque questa volta non lavoriamo semplicemente per un giornale, questa volta abbiamo il potere di farlo fallire. Un piccolo passo per una rivista, un grande passo per la libertà di stampa.

Disgustati dalle narrazioni trionfalistiche e dal finto ottimismo che hanno invaso questi anni di crisi, il potere di fallire è anche il potere di dire la verità senza rischia­re di essere querelati dal management per diffamazione. Ché dei dissesti finanziari dei gruppi editoriali non si parla mai, non sta bene. Ma le chiusure dei giornali non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. Tutti sanno, anche se non si dice. Così si continua fino all’ultimo a commissionare pezzi ai freelance ignari, anche quando si sa perfettamente che non potranno mai essere pagati; e si continua a far lavorare chi è assunto, che continua ad accumulare mesi di arretrati; e si continua a dire ai lettori “Abbonatevi”, perchè non importa a nessuno se avrete pagato per un quotidiano che è già fallito. 

Ma quanto costa fare un giornale? Quanto costa un articolo? Quali sono realmente le spese? 
Nessuno lo sa, perchè nessuno lo dice ma forse anche perchè nessuno se lo chiede. Così da una parte gli AD fanno un po’ quello che gli pare, dall’altra i lettori non si lamentano e non indagano troppo perchè in questo modo possono continuare a far finta che l’informazione sia un bene gratuito, dovuto, privo di valore e di professionalità. In fondo è buon compromesso per tutti.
Non fosse che i conti delle finanze creative di certi amministratori poi li paghia­mo tutti (in un modo o nell’altro, tra pre­pensionamenti, cassaintegrazione e lavoro precario) e che a furia di leggere gratis poi finisce che si leggono solamente minchiate. 

Solo nel mese di dicembre 2017: i giorna­listi di Askanews hanno affidato al cdr un pacchetto di cinque giorni di sciopero per il mancato pagamento delle tredicesime da parte dell’azienda editrice; l’assemblea di redazione di Repubblica ha dichiarato «la propria indisponibilità a trattare un nuovo piano di risparmi che comporti tagli alla retribuzione o riduzioni di indennità»; al Sole24Ore c’è stato uno sciopero di Natale perché Confindustria, alla vigilia, ha deciso unilateralmente un taglio sulle retribuzioni; a Famiglia Cristiana i redattori hanno osservato un giorno di sciopero e digiuno perché il Gruppo Edicola San Paolo non fornisce alcuna garanzia sul futuro della testata e dei posti di la­voro; Pagina99 ha cessato le pubblicazioni su carta con il licenziamento in tronco di due giornalisti (di cui uno fiduciario di redazione) e un grafico; i conti di Rcs perio­dici migliorano ma i giornalisti rimangono in cassa integrazione e sul piatto ci sono nuovi tagli sul costo del lavoro. Infine, la denuncia dei redattori di Metro: mentre il quotidiano viene rimpiccolito e svuotato, «MetroWeek, MetroDiario, Metrostadio, utilizzando lo stesso identico logo e quindi la reputazione conquistata in 17 anni di lavoro giornalistico, fanno i profitti di un’altra società del gruppo». 

Tutto questo per dire che la vera follia è ambire a far parte di questo sistema malato mentre consideriamo molto sano pensare di rifondarlo. Nessuno, oggi in Italia e forse nel mondo, ha tra le mani la ricetta per far funzionare un giornale, l’unica cosa certa è che occorra scardinare alcune dinamiche che hanno già ampiamente dimostrato di essere fallimentari nella loro complessità. La nostra ambizione più grande è provare a farlo ma abbiamo bisogno del vostro ­aiuto. 

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