Antonio Gramsci secondo Manu Invisible

 

«Ti ricordo che non rilascio interviste video né audio ma immagino tu voglia farne una scritta quindi non ci sono problemi». Manu Invisible, al secolo sempre e solo Manu Invisible, indossa una maschera nera e gli abiti di ordinanza sporchi di tinta. E’ il Banksy italiano, vive tra Cagliari e Milano, e nessuno sa chi sia veramente, o quanti anni abbia, «in parte perché tento di proteggere la mia vita privata, in parte perché come mi chiamo è del tutto irrilevante, capire ciò che faccio richiede molta più cura e molta più attenzione».

Già, cosa fai?

Primo: l’idea. Secondo: un disegno su un foglio di carta. Terzo: una bozza fotomontaggio su digitale, «per rendermi conto delle proporzioni reali e dell’impatto». Quarto: la fase logistica, «recupero i materiali, le pitture, le vernici spray, i pennelli e le scale». Quinto: il luogo, «la mia macchina è un colorificio ambulante ed è la mia salvezza perché mi permette di spostarmi autonomamente e raggiungere quando voglio lo spazio che ho scelto». Sesto: il tempo, «stabilisco sempre giorni e orari precisi». Settimo: i tempi, «in media mi occorrono tre notti per concludere un lavoro perché si tratta quasi sempre di opere molto grandi, considerate tutte le sessioni, impiego per singolo muro circa 30 ore». Ottavo: la solitudine, «mi muovo sempre da solo, perché amo la tranquillità». Nono: la notte, «perchè il silenzio amplifica tutto», il rumore delle macchine, quello delle bombolette, ogni singolo movimento. Decimo: la luce, del sole o dei fari, che illuminano le sue scritte cubitali e le consegnano a chi è in cammino. Viaggiatori principalmente, visto che sceglie soprattutto strade a scorrimento veloce, superstrade e autostrade, cavalcavia appesi sui nodi nevralgici del traffico italiano che lui definisce non-luoghi. «Sento di voler gridare alla società qualcosa – spiega – e utilizzo i non luoghi per farlo perché voglio raggiungere più persone possibile».

Dopo essere stato chiamato dall’agenzia inglese Global Street Art a raccontare a suo modo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (l’opera si intitola “Influence“ e sorge su un muro di Camden Town, Londra) è approdato in Bosnia nell’ambito del progetto «Portatori di colore a Srebrenica» (per cui ha realizzato la scritta «Consapevolezza», 4 metri per 22, per metà in cirillico e per metà con le lettere dell’alfabeto latino). Nel frattempo, alla fine dell’estate, si è misurato con un tributo ad Antonio Gramsci riuscendo nella missione quasi impossibile di staccarsi completamente dall’iconografia classica («non volevo rappresentare il suo volto ma evocarlo in maniera diversa, più personale») e, pienamente in linea con lo stile che ha contraddistinto le sue opere negli ultimi anni, si è affidato esclusivamente alla potenza della parola. Tuttavia, anche in questo caso, non attinge dal monumentale – e inflazionato – dizionario gramsciano ma tira fuori dal cilindro quattro conigli di dimensioni enormi che lasciano storditi per autenticità e purezza. Sulla 131, la superstrada perennemente incompiuta che attraversa mezza Sardegna, quattro tappe di un viaggio che parte da Cagliari e arriva a Santu Lussurgiu, paese nel quale Gramsci ha trascorso due anni e nel quale meditava di tornare a vivere dopo la scarcerazione, per altrettanti graffiti targati Invisible: «Movimento», «Errore di sistema», «Assidua ricerca», «Levitante».

«Ho scritto “Movimento” dopo una riflessione sull’opportunità di rievocare Gramsci non figurativamente ma con una parola che rendesse l’opposizione fra il suo stato di prigioniero politico e il movimento delle sue idee, che ne fanno l’intellettuale italiano più letto nel mondo». “Errore di sistema“, simboleggia invece la mancanza di dialogo tra le persone nell’attuale società atomizzata. Ma la mancanza di dialogo citata nell’opera, «fa riferimento anche alla relazione travagliata che ebbe con la moglie Giulia, che dalla Russia molto raramente riusciva a fargli pervenire le sue lettere». Amore, successo, serenità o pace. Tutti cerchiamo qualcosa. «“Assidua Ricerca” – prosegue – va arricchita scrivendo quello che ognuno di noi ricerca con più ostinazione. Caratteristico era il modo di Antonio Gramsci di dedicarsi alle sue scritture: quasi tutti i giorni, per alcune ore, camminando all’interno della cella, rifletteva sulle frasi da scrivere e poi si chinava sul tavolino, scrivendo senza sedersi, un ginocchio appoggiato sullo sgabello, per riprendere a camminare e a pensare, un’assidua ricerca che tutt’oggi, rivive nella sua immagine pubblica». Infine “Levitante», «è un aggettivo che mi sento di attribuire a Gramsci, perché attraverso le sue scritture e il suo pensiero è stato capace di levitare al di sopra del livello del suolo, al di sopra dei totalitarismi e al di sopra dell’ignoranza umana».

Il progetto è istituzionale – i lavori sono stati finanziati dal Comune di Cagliari – ma Manu Invisible non è comunque riuscito ad ottenere un’autorizzazione ufficiale. «Per motivi burocratici non c’era tempo di chiedere permessi vari, ci sarebbero voluti anni, per questo motivo sono occorsi la dedizione e il sacrificio di sempre». Cosa intenda precisamente con dedizione e sacrificio lo svela subito dopo: negli ultimi anni è stato denunciato cinque volte d’ufficio dalle forze dell’ordine. Tutte le volte davanti a pareti che si trovavano all’interno delle città, mai in autostrada. Nel 2016, però, la Suprema Corte di Cassazione lo ha assolto con formula piena e ha stabilito una volta per tutte, una volta per tutti, che la street art non è imbrattamento ma, appunto, arte. La sentenza farà giurisprudenza, lui comunque – ad un anno dall’assoluzione – lascia un appunto su un muro di Trezzano sul Naviglio: «Art.369 Reato d’espressione». Un’opera manifesto «che modifica concettualmente il reato inserito nel codice penale attraverso una tagliente denuncia sociale legata alla libera espressione in ambito artistico». Il dado è tratto, Manu Invisible non gioca più a guardie e ladri. Oggi, ripensando ai guai giudiziari, racconta: «la dinamica dell’incontro con la polizia è sempre stata molto tesa ma io l’ho sempre affrontata in maniera molto serena. Se faccio questo è perché credo che ci sia bisogno di un dialogo artistico. Finora sono sempre riuscito ad affrontare tutto con il giusto distacco, perché dentro di me so che sto facendo una cosa giusta». Anche se “giusto“ non sempre significa legale: «Sono consapevole che quello che faccio non è nella norma e quindi so che verrà, o potrebbe essere, ostacolato dalla legge ma sono sicuro che in realtà non faccio niente di male».

Questo lavoro? «E’ sempre stato molto difficile e continua ad esserlo. Il mondo dell’arte non sempre permette ai suoi artisti di vivere dignitosamente. A parte questo, io ho sempre avuto la pretesa di fare quello che faccio e questa mia forza d’animo non può essere scalfita in nessun modo». Progetti per il futuro? La sua prossima opera rimane per il momento ancora avvolta nel mistero ma qualcosa comunque rivela. Si tratterà di un affresco, «utilizzerò per la prima volta una tecnica molto antica che garantisce di far vivere un’opera fino a cinquecento anni. Si tratta di un lavoro commissionato da un’istituzione, sarà di due parole».

Classe 1982, laureata in Culture e Diritti Umani, facoltà di Scienze Politiche Bologna, con una tesi sul concetto di egemonia in Antonio Gramsci. E' diventata giornalista a l'Unità, ha scritto per Il Salvagente, Pagina99, l'Unione Sarda. Autrice di due romanzi, «Nessuna Paura» e «Good Resurrection», è tra i curatori di una ricerca su «Homelessness e persone LGBT» commissionata da Avvocato di Strada Onlus. Nel 2006 ha condotto uno studio sui flussi migratori presso l'Universidade Nova de Lisboa. Nell'inverno del 2013 è stata operatrice in un dormitorio di bassa soglia attivo nell'ambito del Piano Freddo.