Essere Michel Mudimbi

DA UN'OFFICINA DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO AL PALCO DI SANREMO

Classe 1986. Si presenta al teatro Ariston con la canzone “Il mago” nella sezione Nuove Proposte, il 9 febbraio pubblica il suo primo disco intitolato “Michel”

Per farsi conoscere ha tappezzato le principali città italiane con una sua foto da bambino. In un anno è passato da essere una specie di indovinello appiccicato sui muri al palco del Festival di Sanremo. Michel Mudimbi è un rapper di San Benedetto del Tronto. Nato nel 1986 da madre italiana e padre congolese, Mudimbi è un bel ragaz­zo talentuoso dalla presenza scenica pazzesca e una gran faccia tosta. Calpesta indifferentemente il politically correct e i codici del suo genere virando verso il pop o dove una mattina alzandosi avrà voglia di andare a sperimentare. Un ragaz­zo come tanti, cresciuto in provincia senza un padre ma con una madre che lo ama per due, che ha avuto il coraggio di abbandonare il posto fisso in officina dopo dieci anni di buste paga rego­lari per inseguire il suo sogno, quello di fare musica. Nei suoi te­sti, a volte un po’ ruvidi, si trova tutto il Mudimbi-pensiero. Scrostando le parolacce, la sfrontatezza e l’ironia si scopre la grande uma­nità di chi, pur avendo una vita in salita ma tutto sommato serena, ti molla qualche consiglio facendoti fare una risata (anzi una “risatatà”, citando un suo pezzo). Attenzione: ironia sì, disfattismo no. Unendo i puntini del disco magari si trova anche la ricetta per la felicità. 

Sanremo cosa rappresenta per lei?
Una sorpresa. Penso di essere addirittura più sorpreso dei miei fan. Se partecipo, lo devo a quella santa donna di mia madre. Un giorno mi disse che, se mai mi fosse capitato, ci sarei dovuto andare. Le risposi che io facendo rap con Sanremo non ci azzeccavo nulla e lei mi rispose “tu provaci facendo quello che sai fare, sarà comunque qualcosa di tuo”. Non potrei essere più soddisfatto di quello che sta succedendo adesso. 

I suoi fan come l’hanno presa? Ha paura del loro giudizio?
È da un po’ che ho paura dei miei fan ma non per Sanremo, in realtà. Ho cominciato a sperimentare in direzioni che tenevo nel cassetto da tempo, più pop. Venivo da un rap abbastanza forte, pieno di parolacce ma, come in tutte le cose, c’è una evoluzione. Poi io sono uno che si annoia facilmente, ho sempre biso­gno di cambiare. Ho cominciato con i suoni, passando per il genere, ora sto sperimentando con la scrittura. Il mio obiettivo è essere sempre più accessibile, spaziando quindi in generi musicali diversi per andare a prendere più pubblico possibile. Conservo di certo una forte ironia, che è la mia spina dorsale, ma voglio risultare appetibile tanto per i bambini quanto per i loro genitori, arrivando anche al nonno e la nonna. Ovvio, non si sa mai come possano prenderla i fan ma mi sono accorto che non ho proprio alcun motivo di avere paura perché il mio pubblico sa che da me può aspettarsi di tutto. Questo non prescinde dal fatto che io sia sempre io e che ciò che dico lo dirò sempre nella mia maniera. Di questo ne ho la prova: nessuno mi ha detto il classico “ti sei venduto, tu non sei più quello di una volta”. Sono stupito io per primo.

La sua canzone si chiama “Il mago” e magia è una parola ricorrente nei tuoi testi. La sua magia è stata lasciare un lavoro a tempo indeterminato?
Quella più che una magia è stato un miracolo, anzi, sono io un miracolato! Scherzi a parte, sono uno che sta molto con i piedi per terra. Quello che ho fatto è stata una scelta, un investimento. Sicuramente una scelta di un grosso peso. Non c’è niente di magico in quello che ho fatto. Non voglio farla passare come una magia perché sarebbe come sminuirla. Non vorrei che chi mi ascolta la vedesse come qualcosa di irraggiungibile, un miracolo che succede una volta ogni tot e che se è capitata a me, non può capitare anche a qualcun altro. Quello che ho fatto io è semplicemente una presa di coscienza nei miei confronti. Ci vuole coraggio, non ci vuo­le altro. In realtà non ce ne vuole neanche così tanto.

La sua situazione familiare ha influito nella scelta di fare il rap?
La mia non è mai stata un’infanzia o un’adolescenza tormentata per motivi familiari. E tutto questo lo devo a mia madre che ha fatto molti sacrifici per me. Ogni famiglia ha le sue dinamiche ma nel mio caso non mi hanno mai creato problemi tali da giustificare la mia voglia di rivalsa nella musica rap. È partito tutto come un gioco, un hobby che intratteneva me per primo e mi rendeva felice. Anche adesso quando scrivo lo sono. Mi diverto da matti e mi faccio delle grandi risate da solo come il peggiore degli egocentrici. Nella musica butto tutto quello che sento di poterci buttare. Impe­gno, emozioni, frivolezze: c’è spazio per tutto in questo frullatore ma lo ripeto, la mia non è una storia tormentata. Sono un ragazzo che si è trovato in mano questa cosa del rap, accorgendosi di saperla fare. Sto usando il rap per esprimermi, è l’unica cosa che mi preme.

Chi ha già fatto incazzare con le sue canzoni
Ultimamente non si sta incazzando più nessuno. Non sono più il Mudimbi di una volta!

Tempo fa non aveva discusso con alcuni gruppi femministi?
Sì. Dopo il loro attacco abbiamo avuto una lunga conversazione. Ho fatto notare loro che prima di lapidarmi per una canzone avrebbero fatto meglio a investire un po’ di tempo cercando di conoscermi. Avrebbero saputo che sono cresciuto solo con mia madre, la mia storia familiare, che ero fidanzato allora come lo sono adesso. Do per scontato che alle donne si debba portare rispetto e so anche benissimo che non è così dappertutto. Alla fine mi hanno chiesto scusa loro. A quel punto volevano farmi un’intervista, per parlare di sesso stavolta!

Tutto è bene quel che finisce bene…
Alla fine basta chiarirsi. È facile alterarsi quando si parla di luoghi comuni, ognuno ha il suo background. La stessa parola che non offende me potrebbe offendere qualcun altro. Come negro, per esempio. A me non fa nessun effetto ma da chi ha avuto problemi in Italia per via del razzismo non ci si può aspettare la stessa mia reazione. Ci vuole intelligenza da parte di chi parla e di chi mi ascolta. Io ce la metto tutta ma l’interlocutore deve avere voglia di capire, altrimenti non ha senso nemmeno parlarne.

Cosa consiglierebbe a chi si senti ingabbiato in una vita che non lo rappresenta?
Bisogna mettersi davanti allo specchio e fare una bella chiacchierata con se stessi finché non si arriva alla verità. Poi ognuno ha la sua di verità, per carità. Io ho un carissimo amico che fa un lavo­ro qualsiasi, ha una compagna, è padre di due bambine e sacrifica tutto per la sua famiglia. Quando si guarda allo specchio lui è orgoglioso di quello che ha perché è ciò che vuole. Tutti sanno quello che vogliono ma questo nel 99% dei casi spaventa. Per andare dove vuoi andare, non puoi restare dove sei. Poi c’è tutto il discorso sulla comfort zone, anche a stare male ci si abitua. Non dico che sia facile ma so che è possibile: se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque.

Come è stato licenziarsi?
Lavorativamente parlando ero una schifezza, non capivo perché non mi avessero licenziato loro prima! Con i miei datori di lavoro ho sempre avuto un bellissimo rapporto, mi hanno sempre aiutato e sono stati i miei primi fan. Tutte le volte che avevo bisogno di giornate per registrare o per andare in tour non mi hanno mai fatto storie. Quando quindi mi sono trovato nel momento di licenziarmi, per certi versi, è stato molto più tosto. Uno si immagina di mandare tutti a cagare rove­sciando la scrivania e rompendo gli specchi mentre nel mio caso no, ci siamo messi a piangere come due ragaz­zini. Ho motivato la mia scelta dicendo che stavo cercando di essere felice e soddisfatto della mia vita. Rimanendo in officina non sarei riuscito a investire tutte le energie che ho nel mio sogno. Loro sono stati tanto dispiaciuti quanto me: era una seconda famiglia se non addirittura una prima, dal momento che passiamo molto più tempo al lavoro che a casa.

Poi come è andata? 
È stato un bel salto, coraggioso. Mi sono accorto della sensazione quando sono tornato a casa e ho cominciato a realizzare cosa stava succedendo, nonostante lo avessi annunciato con un mese di anticipo. Dico una cosa tremenda, me ne rendo conto, ma è come se uno schiavo venisse liberato e non sa che fare con tutta quella libertà. Mi sono ritrovato seduto al tavolo della mia cucina scri­vendo un post su Facebook tra le lacrime. Sono rimasto in silenzio, da solo, e mi sono chiesto “adesso che cosa faccio?”. Ora ho tutte le possibilità del mondo, prima con il lavoro avevo tutte le scuse del mondo. Non è stato semplicissimo. I primi mesi sono stati complicati, ho dovuto riorganizzare tutta la mia vita e la mia testa, uscendo dai vari cliché come quello che si deve stare al lavoro otto ore. Ora non è più così, sono io a dettare le mie regole. È bellissimo e indie­tro non vorrei proprio tornarci.

Come è stato crescere in una città come San Benedetto del Tronto con la pelle nera?
Per me è stato tutto rose e fiori. Sono stato per anni l’unico bambino mulatto, mi vedevano davvero come il messia, mi idolatravano. Mia madre mi racconta che quando ero ragazzino tutti volevano stare con me, ero simpatico, vivace e onestamente della mia tintarella non se n’è mai curato nessuno.

E la spaventa la visibilità di quel palcoscenico?
Mi sono guardato nelle televisive e mi hanno detto tutti che in video vengo molto bene, sarà perché ho uno splendido incarnato! Mi auguro che i commenti siano tutti di questo teno­re, in caso contrario, non mi daranno fastidio.

Spesso si definisce negro nelle sue canzoni. Nel politicamente corretto, che tra l’altro frequenta poco, come si dovrebbe dire nero? Di colore?
A me mi potete chiamare come vi pare, tanto mi giro comunque! Davvero non mi importa soprattutto perché quando gli dai peso, fai il gioco dell’insulto.

Come le è venuta l’idea degli adesivi? È stato un colpo di genio…
Più che un colpo di genio lo definirei un colpo di c…. Ho stampato migliaia di adesivi e ho pensato di distribuirli ai live senza spiegare nulla. Sono andato a suonare da Trento a Messina e li appioppavo a tutti. L’idea era quella che la gente si appiccicasse sul motorino o sul diario la faccia di questo bel bambolotto nero approfittando del passaparola tra amici. Ma mai mi sarei immaginato questa azione di guerrilla marketing: me ne sono accorto quando ho visto che ne parlavano anche i giornali.

Cita sempre sua madre, le è davvero devoto.
Lei fa parte della squadra. Se le cose vanno così bene anche adesso non è per volontà divina ma è anche grazie a lei che non è mai stata una di quelle che voleva per il figlio il posto fisso. Quando le ho detto che mi volevo licenziare, la sua prima domanda è stata quali fossero le prossime mosse. Si è seduta a tavolino con me per capire quanto avessi le idee chiare. “L’importante è che tu sia felice, io ti supporterò sempre”. Con lei è tutto in discesa.

Che ruolo ha nella squadra?
Per adesso la groupie ma spero di trovarle qualcosa di meglio. La figura lavorativa perfetta per lei sarebbe quella della mantenuta: ecco, sarebbe questa la mia più grande ambizione.

Giorgia Olivieri

Giorgia Olivieri

Giornalista, scrive quello che vede come fosse al bancone del bar. Co-autrice di Grand Tour Bologna

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