Chi si candida a far vincere lo stato sociale?

Salgono sui gradini più alti di Sanremo 2018 le uniche due canzoni in gara con una forte connotazione politica. E se è vero che l’Ariston è la pancia del Paese, questo podio è una telefonata senza scatto alla risposta a quanti si candidano a governare l’Italia: il messaggio lasciato in segreteria dagli elettori dice che è finito il tempo del «va tutto bene, sempre tutto bene, sempre solo bene». Ed è ora di occuparsi di diritti e di lavoro.

Spezzano in due la prima serata del 68° Festival di Sanremo (alla prova del voto, dopo di loro il diluvio con una sola superstite della seconda tranche nella zona alta della classifica) e ben prima dell’ingresso della ballerina ultra ottantenne strappano un battimano ad una platea non amica, confermando la regola che a volte gli esordienti sanno fare magie che non riescono ai senatori. Paddy Jones, «la vecchia che balla», viene sbattuta facilmente in prima pagina da tutti i (maggiori) siti di informazione e Lo Stato Sociale è subito in odor di podio, almeno fino alla serata dei duetti, una specie di semifinale, che rispedisce al purgatorio l’unica formazione in gara prodotta da un’etichetta indipendente (Garrincha Dischi) preannunciando in qualche modo quello che sarà il risultato definitivo.

La giuria di qualità retrocede non troppo a sorpresa i bolognesi (d’altra parte che Lodo Guenzi sia vagamente stonato è nelle orecchie di tutti e non occorre essere particolarmente esperti per stabilirlo) tuttavia c’è anche dell’altro, che forse è solo un dettaglio ma in genere è lì che il diavolo si nasconde. Nel percorso della band a Sanremo c’è uno spartiacque, un momento che segna con chiarezza un prima e un dopo, e quel momento va in scena durante la terza serata quando Lo Stato Sociale si esibisce con appuntati al petto cinque nomi – Antonio, Domenico, Marco, Massimo e Roberto – che potrebbero essere perfettamente una gag nella gag. Una cosa senza senso, da bambini distratti che hanno bisogno di un cartello per ricordare come si chiamano. 

Nessuna delle precedenti, perché subito dopo l’esibizione, il gruppo rivela che quelli sono invece i nomi di cinque operai Fca dello stabilimento di Pomigliano d’Arco che nel 2014 sono stati licenziati per aver protestato contro Sergio Marchionne (un fantoccio con il volto dell’amministratore delegato viene impiccato fuori dai cancelli dello stabilimento). Un giudice della Corte d’Appello di Napoli stabilirà due anni più tardi che la decisione è illegittima e infatti li reintegra. Ma l’azienda non ci sta, non li vuole più tra i piedi, e preferisce così pagarli per stare a casa, per stare «in vacanza» – quella della canzone.

E’ in quell’esatto momento che il brano formalmente più allegro e spensierato della 68° edizione, quello che meglio di tutti si fa applaudire dalla platea – e ballare dal pubblico a casa, e scrivere dalla stampa nazionale – diventa il più avvelenato degli ultimi anni. Anche perché in contemporanea viene rilasciato il videoclip ufficiale, e tra un cameriere e un analista di calciomercato, un campione del mondo e un ricco di famiglia, compare anche «il rottamatore». Che non è un modo di dire, non si fa per scherzare, il cartonato è proprio quello di Matteo Renzi. In questo modo anche il verso che recita «niente nuovo che avanza» si scopre politico, nel pieno della campagna elettorale. Avevamo capito bene, insomma, e pare di sentirlo, tra sé e sé Piero Fassino: «Se questi de Lo Stato Sociale pensano di essere tanto bravi a perculare il Pd, si presentino a Sanremo e vediamo quanta gente li vota».

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Lavoro, diritti e altri miti da sfatare

La sbornia della canzonetta spassosa è passata (a parte che per il Corriere della Sera che continua a definire ad oltranza il brano vincitore «l’unico impegnato di questa edizione»), il confronto con gli Elio e le Storie Tese e i loro confortanti no-sense non sta più in piedi. A quel punto il baricentro dei paragoni si sposta più verso Rino Gaetano: forse questi de Lo Stato Sociale fanno, e dicono, sul serio. E improvvisamente la vera nota stonata non è più quella cantata, ma quell’altra: il tema spinoso, quello che non fa ridere nessuno, che sta al centro della canzone ma che nemmeno la canzone cita mai per intero. E’ la grande sfida di questi anni, la sfida sulla quale tutti i partiti si giocano un’enormità di consensi e una maggioranza silenziosa di elettori la carta dell’astensione. 

Stai a vedere che nonostante quelle facce sorridenti e quell’ironia di fondo, il compito che Lo Stato Sociale si è dato non è quello di farci dimenticare per cinque sere che siamo tutti disoccupati o precari. Ma di ricordarcelo.

In questo modo, oltre che con le tute blu di Pomigliano (che diranno «nel vostro brano ci riconosciamo con amarezza […] sostenere di fronte a milioni di persone la causa di 5 operai che non si sono piegati fa di voi degli uomini di grande coraggio») per analogia Lo Stato Sociale sale sul palco anche con la vertenza Embraco («537 famiglie tra 40 giorni rischiano di perdere la speranza in un futuro dignitoso» dice in una sala stampa quasi deserta un delegato «perchè l’azienda ha deciso di spostare lo stabilimento di Riva di Chieri all’estero dove il costo del lavoro è più basso») e prende per mano la battaglia dei lavoratori Tim (che riportano a Sanremo lo stesso brano dello scorso anno: «per sponsorizzare il Festival, l’azienda taglia sui diritti, sui salari e sui posti di lavoro», in aperto contrasto con la ripresa economica che il settore delle comunicazioni ha registrato).

Il comunicato dei Lavoratori Embraco

Video di Giorgia Olivieri

Il comunicato dei lavoratori Tim

Video di Giorgia Olivieri

In due è amore, in tre è una festa

«Manco fossero candidati all’uninominale Liguria 1», scrive qualcuno su Facebook, Matteo Renzi e Luigi Di Maio avevano aperto il loro personale televoto sanremese appena un’ora dopo l’inizio del Festival, twittando quasi in contemporanea commenti divertiti sullo show di Fiorello. Ma da lì in poi tutti muti, i candidati premier si auto infliggono un «fuori la politica da Sanremo» manco fossero gli antagonisti di un centro sociale. Perché gli artisti in gara non cantano solo l’amore e il palco dell’Ariston potrebbe rivelarsi il più scivoloso d’Italia.

Stanno tutti alla larga, a parte Matteo Salvini che in qualche modo sente di poter giocare in casa,  incoraggiato dal governatore Toti ma anche da «Non mi avete fatto niente» di Ermal Meta e Fabrizio Moro. Pure il brano del pasticcio iniziale (sul duo pende per 24 ore un’accusa di autoplagio e il rischio eliminazione) affronta un tema di grande attualità politica ma è più malleabile, più ambiguo, rispetto a quello portato alla ribalta da Lo Stato Sociale. Parla di terrorismo nell’unico paese europeo che non ha subito attentanti di ispirazione islamista, si fa insomma cantare con un certo impegno ma anche una certa distanza (Il Cairo, Barcellona, Londra, Parigi, Nizza) nonostante siano i giorni dell’attacco terroristico di matrice fascista di Macerata.

In questo senso la canzone pesca fisiologicamente sia a destra che a sinistra: può essere un inno pacifista (ed effettivamente è questo, a svelarlo sono i versi che recitano «C’è chi si fa la croce e chi prega sui tappeti / Le chiese e le moschee l’Imam e tutti i preti / Ingressi separati della stessa casa») ma può diventare anche il grido di chi considera terrorismo e Islam sinonimi (soprattutto se gli autori non sentono di dover pronunciare una sola parola riguardo l’attentatore italianissimo che ha fatto sei vittime nelle Marche). Comunque la si pensi, il dato che rimane è che il pubblico di Sanremo ha preferito scomode verità a confortanti bugie. Se Sanremo ci dice qualcosa delle elezioni del prossimo 4 marzo è che i campi su cui si giocherà la partita saranno quelli del lavoro e del diritto a non avere paura. Con il secondo in apparente vantaggio sul primo, anche se in fondo ne è solo una emanazione.

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