A chi importa se non voti

Negli ultimi anni il partito dell’astensione ha vinto praticamente ovunque diventando il bacino dal quale, almeno a parole, qualsiasi lista intende pescare a piene mani, anche se poi, nei fatti, l’impressione è che sia meno rischioso per tutti non addentrarsi troppo nella terra di nessuno: gestire bassi flussi elettorali tutto sommato è un grande affare per i partiti  del futuro, che viaggiano a mezz’aria sospesi tra un social network e un altro.

Ufficialmente quella che sorvola circoli, territori e partiti in carne e ossa è la via maestra della disintermediazione, velatamente però è anche la strada obbligata del risparmio, percorsa per sopperire alle mancanze del finanziamento pubblico: se hai sempre meno soldi per raggiungere i tuoi elettori, ad un certo punto per far quadrare i conti non sarà più sufficiente tagliare su manifesti, volantini e affitto delle sedi. A quel punto potrai sperare solo in un intervento provvidenziale, come ad esempio un taglio «fisiologico» dell’elettorato – che tanto non riesci più ad intercettare. In quest’ottica non stupisce la scarsa attenzione verso  il popolo del non-voto. Una maggioranza relativa che lungi dal sollevare una questione democratica diventa un toccasana per le casse dei partiti liquidi.

*Fotografia di Guido Calamosca

Effetti collaterali della politica a basso costo

Se le plance elettorali e le piazze sono rimaste praticamente vuote, si dirà che è perché nel 2018 è soprattutto la comunicazione social che conta. Almeno sulla carta. Perché se in teoria le campagne elettorali del futuro si giocano su Facebook – a costo zero – nella pratica, scorrendo le pagine dei principali candidati, si scopre che nemmeno online le macchine partitiche hanno avuto la volontà di sfondare il muro dell’astensione.
Purtroppo, o per fortuna, gli algoritmi trasformano le piazze virtuali in zone di conforto frequentate per lo più da un pubblico molto bene allineato. Ognuno per sé, internet per tutti. Questo è particolarmente vero sulle pagine a Cinque Stelle, dove è quasi impossibile trovare voci di dissenso ma in seguito alla grillizzazione della comunicazione democratica, è sempre più vero anche in casa Pd. Ciò che accomuna gli account di Luigi Di Maio e Matteo Renzi è l’impressione che per gli aspiranti presidenti del nuovo governo «chi c’è, c’è». E chi non c’è, non c’è. Questa cosa l’ha spiegata bene Bernie Sanders in un discorso alla Liberty University in Virginia, ormai tre anni fa:

«E’ facile uscire e parlare con le persone che sono d’accordo con te … non è difficile farlo. Questo è ciò che i politici in generale fanno. Usciamo e parliamo con persone che sono d’accordo con noi. Ma è più difficile, e non meno importante, cercare e comunicare con coloro che non sono d’accordo con noi su ogni questione»

Dovrebbe esserlo soprattutto quando la percentuale di chi ha disertato le urne alle ultime elezioni (quelle per eleggere l’assemblea regionale siciliana) ha superato il 53%. Ma in Italia non accade, salvo che in pochissimi casi. Perché se i partiti 2.0 sono liquidi – né di destra né di sinistra, oppure di sinistra ma a trazione liberista – anche l’elettorato è diventato assai mobile e provvisorio: più che avanzare diventa essenziale non perdere troppo terreno, consolidare la propria base più che crescere in altezza.

La votofobia degli elettori di sinistra

Se nel 2013 fu il Movimento Cinque Stelle ad intestarsi quasi in solitaria la battaglia per riportare al voto i delusi (c’è da dire comunque che le dimensioni del fenomeno astensione erano molto più contenute rispetto a oggi e che a differenza di oggi influiva il sostanziale sgretolamento del centro-destra) a questa tornata elettorale la lista che più di qualsiasi altra ha puntato sul non-voto è quella di Liberi e Uguali. La coalizione guidata da Pietro Grasso nasce esattamente con questo obiettivo: dare un’alternativa di voto a chi non si sente più rappresentato.
D’altra parte non è un segreto che una percentuale importante di astenuti riguardi elettori di centro-sinistra. In particolare, dalle elezioni regionali emiliano-romagnole in poi (Stefano Bonaccini viene eletto con il 49,05% dei voti ma alle urne si reca solo il 37,71% degli aventi diritto) è apparso sempre più evidente come nessun’altra formazione fosse in grado di riassorbire il voto degli ex militanti del Partito Democratico.
La votofobia, per quanto riguarda l’emorragia dem, va letta sicuramente alla voce 40%: le elezioni europee del 2014 passate allo storytelling come un successo esclusivamente renziano hanno segnato il vero punto di non ritorno per quegli elettori di sinistra «che sono scappati nel bosco». Il tradimento originario è rappresentato dal non aver riconosciuto l’apporto dato a quel risultato da una minoranza che alla prova del voto non fu marginale ma che venne annientata da quella vittoria alla quale aveva contribuito. Il problema oggi, per quella fetta di astenuti, è che il sistema elettorale con il quale voteremo il 4 marzo favorisce esattamente questo tipo di equivoco: le sirene del governissimo suonano a cadenza regolare da almeno un mese, le larghe intese aleggiano su questa competizione elettorale da sempre, la retorica sul voto utile – utilizzata a questo giro, non a caso, proprio da Renzi – produce un effetto uguale e contrario perché avvalora la tesi secondo cui votare x possa avvantaggiare y e la tua preferenza possa quindi essere manomessa una volta espressa. Proprio come accadde nel 2014, quando far eleggere Elly Schlein al Parlamento Europeo significò legittimare e «normalizzare» in patria la scalata ai vertici del partito del sindaco di Firenze.

Parlare con le persone può fare la differenza anche online?

Il web in questi anni ha rappresentato per tutti – a tutte le latitudini politiche e generazionali –  uno strumento di promozione partitica non solo indispensabile ma primario. Almeno finché non si è entrati nel vivo di questa campagna. Monitorando le pagine social dei big si percepisce infatti chiaramente che hanno (quasi) tutti fatto un pieno di gettoni e messo in carica l’IPhone. E’ talmente vero che il vincitore virtuale è con largo anticipo sul 4 marzo il ministro dello Sviluppo Economico  – per metà Pd e per metà battitore libero – Carlo Calenda, il candidato ombra delle elezioni 2018.

«Scusi ministro, perché continua a rispondere a gente che non merita la minima considerazione?»
«Perché mi pagano lo stipendio, volenti o meno […] Parlare con persone che hanno perso fiducia nella capacità della politica e sono spaventate dal futuro (spesso a ragione) può fare la differenza».

Questa idea che compito della politica sia dare risposte a tutti, soprattutto alle persone più critiche o distanti, e che questa predisposizione possa spostare i voti nelle urne, trova davvero pochi sostenitori: dalle parti del Movimento non usa quasi più curare il rapporto con i propri contatti virtuali (e d’altra parte nella stragrande maggioranza dei casi è un tripudio di bravissimi!, bellissimi!, avanti così!) mentre tra i democratici, pure (se si escludono le incursioni dello [STAFF] che invita semplicemente a condividere). I candidati costretti a misurarsi con una platea più traversale sono quelli che provengono dalla società civile (e in fondo è a questo che devono la loro candidatura): ma da Giusy Versace (l’atleta paralimpica in lista con Forza Italia) a Lucia Annibali (l’avvocata che venne sfregiata con l’acido oggi in quota PD) passando per Anna Falcone (il volto del «No» al referendum, approdato in LeU) emerge una difficoltà comune a trasformare l’aceto in vino. Tutte e tre infatti si trovano a dover rispondere a chi disapprova la loro discesa in campo allo stesso modo, che più o meno suona sempre così: ho accettato la candidatura per poter portare in Parlamento le mie battaglie di sempre. Insomma io sono sempre la stessa, sei tu che non mi riconosci.
Bisogna dunque faticare non poco per trovare qualcuno disposto a sporcarsi davvero le mani con il problema astensione e quando lo si trova si scopre che risponde ad un preciso profilo “istituzionale”.
Pietro Grasso e Laura Boldrini, seconda e terza carica dello Stato nell’ultima legislatura, sono gli unici candidati – almeno tra quelli più noti – a discostarsi completamente dalla strategia comunicativa del chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Il loro tasso di risposta ai commenti degli utenti è incredibilmente più alto, anche qualitativamente, che su qualsiasi altra pagina ufficiale, e il confronto non viene mai negato, a maggior ragione se a pretenderlo non è (ancora) un proprio elettore.
Entrambi i profili si assomigliano per la cura riposta nel dialogo con gli utenti (salutati sempre e comunque in maniera cordiale) con Boldrini che arriva a rispondere perfino a chi la manda letteralmente affanculo – «Prego?» – riuscendo in questo modo a tenere saldamente in mano la sua pagina, “naturalmente” esposta agli attacchi provenienti sia dall’estrema destra che da parte grillina.
Grasso, invece, sicuramente aiutato dal fatto di non essere mai stato un obiettivo privilegiato degli avversari politici  riesce a spingersi oltre l’immaginabile convincendo più di un detrattore a cambiare idea o almeno a pensare di farlo (il diavolo si annida nei dettagli, #pensaci è l’hashtag utilizzato per questa campagna dal Pd).


Si tratta di pochi casi ma esemplari perchè danno riprova del fatto che “parlare con le persone può fare la differenza” anche online. Ed è sorprendente (ma forse no) che il campione del “casa per casa” su Facebook sia il candidato premier più anziano di questa tornata.
Comunque, ammesso che sia possibile misurare la distanza tra politica e società civile sulla base delle relazioni che i principali candidati alle prossime elezioni politiche intrattengono sui social network con i propri potenziali elettori, i dati sull’affluenza stanno per toccare un nuovo anti record.
Con buona pace di quasi tutti.

Classe 1982, laureata in Culture e Diritti Umani, facoltà di Scienze Politiche Bologna, con una tesi sul concetto di egemonia in Antonio Gramsci. E' diventata giornalista a l'Unità, ha scritto per Il Salvagente, Pagina99, l'Unione Sarda. Autrice di due romanzi, «Nessuna Paura» e «Good Resurrection», è tra i curatori di una ricerca su «Homelessness e persone LGBT» commissionata da Avvocato di Strada Onlus. Nel 2006 ha condotto uno studio sui flussi migratori presso l'Universidade Nova de Lisboa. Nell'inverno del 2013 è stata operatrice in un dormitorio di bassa soglia attivo nell'ambito del Piano Freddo.