Il mio Venezuela

 

Juanita ha deciso di vendere i suoi capelli e quelli di sua figlia. Per sua fortuna non li tagliava da anni. Se sono sani e abbastanza lunghi, potrebbe guadagnare fino a 21 dollari, che vorrebbe dire poter comprare un po’ di cibo per i suoi figli. Oggi in Venezuela, uno dei paesi con la più grande riserva di petrolio al mondo, lo stipendio medio di un insegnante o di un’infermiera è di sei dollari al mese. Vanessa ha deciso di non curarsi anche se ha solo 45 anni: quando le è stata diagnosticata la leucemia, non ha avuto dubbi, prima di lei viene sua madre che ha un tumore ai linfonodi con il quale lotta da dieci anni. Tutto quello che Vanessa guadagna facendo la maestra va nella spasmodica ricerca di medicine introvabili, neanche al mercato nero si trova quello di cui ha bisogno e comunque non avrebbe i soldi per pagarle. Vanessa che ha il sorriso dolce e lo sguardo vivace, alza gli occhi al cielo e mormora: “In Venezuela siamo tutti malati terminali”. Ci sono 40 mila bambini in attesa di essere operati, parcheggiati nelle loro camerette e nelle corsie degli ospedali decadenti. Ma non ci sono i soldi per pagare i medici. Le donne incinte se possono, partoriscono in Colombia, il paese vicino, altrimenti molte lo fanno a casa. Da sole, sperando che non ci siano complicazioni, come si faceva una volta, quando un bambino più che un dono, era un miracolo.

L’80 per cento dei minori soffre di malnutrizione, la maggior parte cronica, perché in Venezuela si muore di fame, ma anche di diarrea, di malaria, di paura e di delusione. I suicidi sono aumentati, perché vivere non ha senso quando non hai nè speranza né soldi per comprare la carta igienica che è diventato un bene di lusso quando e se si trova negli scaffali del supermercato. “Una volta non era così”, ci racconta Ricardo che fa il parrucchiere e ringrazia di avere ancora tante clienti, ma sempre meno di prima, “questo era il paese della bellezza, della musica, dei macchinoni e delle feste, ora se hai una bella macchina, se non l’hai già venduta, la nascondi perché rischi di essere rapito ad ogni angolo. Io una volta sono stato preso, un’altra sono riuscito a fuggire”. Il paese con più Miss al mondo, con accademie di bellezza dagli 8 anni in poi. Ma se prime le donne andavano dal parrucchiere 12 volte al mese, ora ci vanno quattro. Una piega un dollaro, un litro di latte 30 centesimi, una tutina per un neonato 25 dollari, due rotoli di carta igienica 30 centesimi.

Angela si è trasferita a Trinidad per fare la prostituta almeno così può mandare i soldi a casa per sfare i suoi figli, era partita pensando di trovare un lavoro, ma è finita a fare quello che molte donne sono costrette a fare per sopravvivere.

Il piccolo Ismael il 30 agosto ha compiuto un anno. E’ talmente malnutrito che ha il corpicino di un neonato di quattro mesi, non cammina, non parla, ma lancia dei sorrisi che frantumano il cuore di chi lo aiuta. Perché è solo, abbandonato dalla madre e poi dallo zio che lo aveva ripreso sperando di avere dei soldi dai servizi sociali, nel reparto di ospedale dove è ricoverato, le altre madri gli rubano i pannolini che gli portano le persone che lo stanno volontariamente accudendo. “E’ una giungla, quando si arriva a rubare ad un orfano, capisci a che punto di disperazione un paese può arrivare”, ci dice Juan Jimene, commissario per la salute di un’organizzazione venezuelana per i diritti umani, “Il nostro scopo è che la salute venga rispettata, ma qui non c’è più neanche il rispetto per la vita”. Qualche piano più sotto una figlia accudisce la madre da 10 mesi in ospedale perché un aneurisma le gira per la testa. “Mia madre è una bomba, ma nessuno la opera”. Marilin Toro non viene operata perché manca un pezzo del microscopio, costa 1500 dollari e nessuno li ha, tanto meno lei che arriva dalla campagna. Ai medici, prima di un’operazione va comprato tutto, dalla mascherina al camice, e agli strumenti che mancano. Niente cibo, niente medicine, nessun corridoio umanitario sebbene la Caritas letteralmente preghi il governo che non vuole ammettere che in Venezuela c’è un problema. Un problema economico ma che nasce dalla politica. Ci si può girare intorno quanto si vuole, ma quando un’idea, un pensiero, una corrente politica, per quanto buona possa sembrare in teoria, non funziona nella pratica, perché il Venezuela è un paese fatto più di corrotti che di santi, più di narcotrafficanti che di benefattori, allora non funziona. Inflazione al 1200 per cento, “In un anno quella di 150 anni della Colombia”, dice Tamara Adrian, avvocatessa specializzata in petrolio e prima parlamentare transgender del Venezuela. Un paese steso, così lo definiscono tutti. Un paese dove la scritta “Patria, socialismo o muerte”, che si legge negli uffici pubblici e voluta dall’ex presidente Chavez, mette i brividi a tutti quelli che la leggono. Perché la morte, in qualche modo “naturale” nei paesi in guerra o dopo una catastrofe, ha qualcosa di diabolico in Venezuela dove si insinua negli interstizi delle strade fino alle unghie sporche di chi fruga nei cassonetti dei rifiuti per cercare delle bucce di banana da succhiare. La vedi, la morte, nelle file chilometriche ai bancomat dove ogni giorno non si può ritirare più di un dollaro, nelle code ai supermercati perché magari è arrivato il latto o il mais e fai la fila tutto il giorno per poi accorgerti quando arriva il tuo turno che è finito tutto. “Come fanno a stare in coda per ore gli anziani? Oppure qualcuno che deve andare a lavorare?”, mormora una signora quasi in lacrime dalla stanchezza. “Che Dio stramaledica tutti i politici”, dice e poi chiede scusa, perché non è solita imprecare. “Ma lo capite voi che state lontano cosa ci stanno facendo? Lo sapete di chi sono le colpe? Siete informati?”.

Maria Colina Machado è insieme a Leopoldo Lopez e Enrique Capriles, uno dei leader più importanti dell’opposizione venezuelana, laureata in ingegneria, proveniente da una famiglia bene del Venezuela, trattiene a stento lacrime di rabbia che le si fermano agli angoli degli occhi. “Quello che sta accadendo è oltre la dittatura, viviamo in uno Stato criminale. Chi lascia morire i malati, chi lascia morire i bambini di fame, come lo vogliamo chiamare?”. Il 30 luglio scorso dopo che ad aprile l’opposizione era scesa in piazza scatenando una parziale violenta protesta dove sono morte 130 persone, il presidente Maduro, dopo aver dimesso il capo della Corte Suprema, ha sostituito il parlamento di cui l’opposizione aveva la maggioranza, con la Costituente, un corpo di legislatori tutti alleati del presidente. Per il Venezuela è stato un vero e proprio colpo di Stato politico, e qui il Mud, la coalizione dell’opposizione si è spaccata, mentre gli Stati Uniti lanciavano sanzioni contro Maduro e i suoi, mentre il mondo cominciava ad accorgersi che c’era qualcosa di anomalo in corso.

Si sono fermate le proteste in vista delle elezioni anticipate dalla Costituente dei governatorati che dovrebbero tenersi ad ottobre. Una parte dei partiti politici, vuole partecipare consci che non sarà permesso loro di vincere ma meglio avere un piede dentro che nessuno, l’altra invece non vuole avere niente a che fare con il governo perché sarebbe in qualche modo come riconoscere la Costituente. Andranno male anche i due tentativi di colloqui tra governo e opposizione che si sarebbero dovuti tenere nella Repubblica Domenicana nel mese di settembre, in entrambe le occasioni, l’opposizione si ritirerà perché le sue precondizioni non sono state accettate dal presidente: il rispetto del parlamento e la liberazione dei prigionieri politici. Intanto Maduro ha offerto, probabilmente più per sfregio che per reale interesse, ma comunque facendo infuriare i venezuelani, un milione di dollari agli Stati Uniti per le vittime dei recenti uragani.

“Quando Chavez è arrivato ha creato un mito, diceva che avrebbe punito chi rubava ai poveri – ci racconta la Machado nel suo studio – e non negherò che fosse impegnato in questo, ma allora la povertà riguardava il 40 per cento delle persone, ora l’80. La crisi di oggi è un misto tra populismo, militarismo e comunismo, ma non dimenticate che quando si arriva al radicalismo di qualcosa, non c’è più differenza tra comunismo e fascismo”.

Nicmen Evans, è stato un consigliere politico di Chavez, poi quando è arrivato Maduro ha fatto un passo indietro. Suo figlio di cui non vede il futuro, se non portandolo via dal paese, gli gioca tra le gambe sotto la scrivania. “La situazione è questa: quando il prezzo del petrolio era alto, si viveva bene, ci sono stati fatti molti prestiti, poi è caduto, l’amministrazione né di Chavez, né di Maduro aveva messo alcunché da parte per i tempi bui, ci siamo trovati con miliardi di debiti ai russi e ai cinesi. Cifra che stimiamo tra i 60 e gli 80 miliardi di dollari, ma di cui nessuno si è preso la briga di tenere una contabilità, quindi a loro ogni giorno va petrolio senza che ci torni indietro niente. La produzione è diminuita perché da quando la compagnia di Stato ha confiscato le aziende ai privati, ha meno capacità sia dal punto di vista dell’estrazione che della manutenzione”. Agli americani si continua a vendere, ma le entrate sono irrisorie per mandare avanti un paese. “Senza contare – aggiunge Evans – che una volta esisteva una esportazione varia, ora il 96 per cento delle esportazioni è petrolio, la sua ricchezza iniziale, ha fatto sì che si abbandonasse l’agricoltura che oggi permetterebbe almeno alla gente di mangiare. Per vivere in Venezuela bisogna importare qualsiasi cosa perché non si produce niente”. Ce lo conferma Luis Garcia, un sessantenne con un passato militare che dopo un periodo trascorso in prigione per essere stato uno degli ufficiali che avevano tentato il colpo di Stato con Chavez nel 1992, ora coltiva mais e riso: “Il 25 per cento del nostro territorio è coltivato a mais (uno degli alimenti base della cucina venezuelana), a ottobre abbiamo il raccolto e posso tranquillamente dire che durerà due mesi, poi non ci sarà più niente. Lo stesso per il riso, tre mesi di riserve. Non ho mai visto niente del genere in tutta la mia vita”. Il chavismo democratico è finito, ci dice Roman Camacho, un giornalista locale. Si massaggia la gamba che sembra fargli molto male. Durante una manifestazione di protesta contro Camacho è stato colpito da una cannula di gas lacrimogeno alla gamba, spezzata in più punti. Si opererà quando avrà i soldi per uscire dal Venezuela. I giornalisti hanno dovuto scegliere, o stai dalla parte del governo, o rischiare, arresti, omicidi, sparizioni. Camacho non ha avuto dubbi, zoppica ma continua a raccontare quello che sta accadendo nel paese. “Se molliamo, è finita”. Le sue parole echeggiano per le vie deserte di Caracas, alle 6 di pomeriggio nessuno è più in giro, tutti hanno paura dei criminali che si sparpagliano per la città, dei rapimenti, delle rapine, degli aerei che atterrano nella campagna pieni di droga e ripartono poco dopo senza che nessuno osi denunciarli.

Omar Mora Tosta, invece, ha subito sei attentati, non si può dire che non lo vogliano morto, ma anche lui non si arrende. Anche se in modo diverso, perché ha i soldi e potrebbe andarsene subito, come hanno già fatto migliaia di persone, basta fare un giro in aeroporto per vedere inconsolabili addii di qualcuno che se ne va. “Ci sono vari modi per ribellarsi, il mio è facendo il mio lavoro, per quanto rischioso possa essere, è quello che ci chiede la nostra Costituzione, di difenderla ognuno con i propri mezzi, c’è chi scenderà in strada, chi lo farà raccontando quello che accade, o noi avvocati nelle aule dei tribunali”, ci dice Tosta mentre fuori dal locale dove parliamo le sue guardie del corpo scrutano la strada. E’ l’avvocato dei dissidenti prestigiosi, alcuni scomparsi nel nulla. “Servono osservatori delle Nazioni Unite, un’indagine sui crimini commessi, elezioni subito perché potete vedere o far finta di niente, potete anche chiamarla in un altro modo, se volete, ma non cambierà il suo significato, in Venezuela oggi c’è la dittatura e noi lotteremo fino alla fine”.

Ha lavorato come inviata di Guerra freelance per la maggior parte dei quotidiani (Il Fatto, il Messaggero, L’Eco di Bergamo, il Secolo XIX, La Stampa, La Repubblica, Avvenire), settimanali (L’Espresso, D di Repubblica, Famiglia Cristiana), mensili. Ha collaborato anche con radio e Tv (Radio Sole24 Ore, Radio Vaticana, Radio Svizzera Italiana – Rai, Rai News 24, Skytg24, La7, Tv Svizzera Italiana)”. Ha cofondato e codirige RADIO BULLETS (www.radiobullets.com), una webradio con "le notizie che non troverete nei media italiani".