Se uno stupro vale meno di 5mila euro

 

Il risarcimento per le vittime di stupro è passato da zero a 4800 euro. E’ poco? Fino a ieri il diritto ad un indennizzo, nel caso in cui si subisca un reato intenzionale violento il cui autore è ignoto o povero e quindi non in grado di risarcire la vittima, o le vittime, non era proprio riconosciuto. Adesso invece lo è ma gli importi contenuti nel tariffario pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 10 ottobre, in vigore dal giorno successivo, rischiano comunque di essere bocciati dall’Europa che obbligherebbe gli stati membri a un indennizzo «equo e adeguato». E infatti così fan tutti, esclusa l’Italia.

Per almeno un decennio il nostro Paese si è rifiutato di obbedire alla direttiva della Comunità Europea del 2004 relativa appunto all’indennizzo che spetta alle vittime di reato, per omicidi, violenze sessuali, lesioni gravi e gravissime, e che deve essere garantito a tutti i cittadini europei nell’intero continente. Nonostante condanne della Corte di Giustizia, messe in mora e sentenze di italici tribunali che in nome di quella Direttiva hanno dato ragione alle vittime che hanno denunciato in questi anni la Presidenza del Consiglio. Come la giovane donna di Torino che ha subito uno stupro da parte di uomini poi latitanti, “caso pilota”, che dopo le sentenze favorevoli di primo grado e appello (che hanno quantificato l’indennizzo in 50mila euro) il 27 ottobre approda in Cassazio­ne. Come la mamma di Jeniffer Zacconi, donna all’ultimo mese di gravidanza uccisa e sepolta dall’amante, per la quale è stato riconosciuto il dovere, da parte del governo italiano, di versare 80mila euro. Perché che le vittime dei reati abbiano diritto al sostegno dello Stato è giusto e doveroso. Ma l’Italia fino al 10 ottobre scorso ha continuato a negarlo (a meno che non si trattasse di vittime di terrorismo o criminalità organizzata, per le quali esi­stono già appositi fondi e norme) mentre ora ufficializza un tariffario della vergogna che suscita molte polemiche e proba­bilmente costringerà la Commissione Europea a promuovere l’ennesima procedura d’infrazione nei nostri confronti.

Gli indennizzi sono a carico del Fondo per le vittime dei reati di mafia. Sulle tabelle della vergogna è già polemica

La legge contiene diverse norme di adeguamento alle direttive europee, fra le quali appunto anche questa sulla tutela delle vittime dei reati intenzionali violenti. È la riscrittura di analoga norma già contenuta nella Legge Europea 2015/2016, mai attuata e già bocciata (l’ultima sentenza della Corte Europea è di ottobre 2016), perché il diritto sarebbe stato riconosciuto solo a chi non avesse un reddito superiore a quello che garantisce il gratuito patrocinio, solo ai poveri insomma, che seguiva una legge del 2007, la quale riconosceva il diritto all’indennizzo solo a cittadini comunitari stranieri, cioè europei ma non italiani: pure quella bocciata in sede europea, ma ha ancora i suoi effetti.

Appena lo scorso agosto l’indennizzo è stato negato dal giudice ai familiari di nonna e nipotina Geracitano (bruciate vive in un appartamento incendiato a Lerici nel 2009 da un amante respinto che aveva come obiettivo la vicina) appunto perché erano italia­ne. Il problema principale però è che la nuova legge elimina sì il requisito della povertà per le vittime, e semplifica l’accesso all’indennizzo, ma quantifica anche quanto è dovuto: 7.200 euro per il reato di omicidio, che sale a 8.200 se commesso dal coniuge o dal convivente e sarà liquidato in favore dei figli della vittima; 4.800 euro per chi è stato vittima del reato di violenza sessuale, salvo che ricorra la circostanza attenuante della minore gravità; e fino a un massimo di euro 3.000 per lesioni, liquidabili a titolo di rifusione delle spese mediche e assistenziali. Un diritto che peraltro scompare se nel frattempo “la vittima ha percepito, per lo stesso fatto, somme erogate a qualunque titolo da soggetti pubblici e privati” fino a 5mila euro: da un’assicurazio­ne per esempio, ma anche dall’Inail, nel qual caso a posto così.

In Emilia Romagna esiste, mosca bianca in questo panorama di indifferenza, la Fondazione per le vittime dei reati violenti, che sostiene le vittime qui residenti o che qui hanno subito il reato: questo settembre ha consegnato a Gessica Notaro, sfregiata con l’acido a Rimini dall’ex compagno, un assegno di 10mila euro: per lei quindi non sarebbe possibile avere alcun indennizzo e ulterio­re sostegno. Sarebbero comunque stati al massimo 3mila euro.

“È una legge inadeguata, che non soddisfa assolutamente quanto esplicitamente e formalmente richiesto dalla direttiva, cioè un indennizzo equo e adeguato. Quella avanzata è una previsione errata e tale da condurre verso una ennesima bocciatura”, l’avvocato Marco Bona, che dal 2005 segue il caso della ragazza torinese, e le vicende del mancato adeguamento italiano, è a dir poco indignato: “Il divario con quanto riconosciuto dai giudici, e anche con quanto già corrisposto alle vittime di terrorismo e criminalità organizzata, è enorme. Il sistema indennitario non è certo equiparabile a quello risarcitorio, ma la distanza non può essere questa. L’unica spiegazione è che l’Italia, parlamento e governi di qualsiasi colore ormai, non vogliono garantire le vittime. Possono fare tutte le dichiarazioni che vogliono, nelle giornate dei diritti delle donne per esempio, ma alla prima occasione concreta le vittime vengono tradite, ed è un tradimento gravissimo, per persone che già hanno subito quel che hanno subito. È uno schiaffo, e io non parole, è vergognoso”.

Il caso che se­gue da oltre un decennio va come detto a fine ottobre all’esame della Cassazione, che potrebbe anche cancellare le due sentenze precedenti, favorevoli: “Dovrebbe avere un bel coraggio, la sentenza della Corte europea di Giustizia è inequivocabile, solo una Cassazione in malafede, interessata solo a salvare le casse pubbliche, potrebbe rigettare la decisione del Tribunale di Torino. A quel punto vorrei vedere i titoli dei giornali: l’Italia sostiene le vittime di stupro con 5mila euro. Non so con quale coraggio si possa affermare che lo Stato si fa carico delle vittime dei reati, a cominciare dalle donne picchiate e violentate e uccise”.

Fino ad oggi in Italia non era previsto alcun aiuto. Al posto dello Stato c’erano le associazioni. Come la fondazione presieduta da Carlo Lucarelli a Bologna

 

Già, le donne. Delle ultime richieste di sostegno arrivate alla Fondazio­ne emiliano-romagnola, esaminate alla fine di settembre, in tutto 17, per reati di violenza sessuale, rapina, omicidio, gravi maltrattamenti in famiglia, stalking e altro ancora, oltre la metà riguardano donne. Spesso per reati commessi in famiglia, e pure in presenza dei figli. Che sono dunque a loro volta tutelati, perché l’allontanamento di un padre è anche di solito il venire meno di una risorsa per il loro mantenimento. Per questi ultimi interventi la Fondazione ha messo a disposizione 120mila euro. Ma il sostegno non è solo questione di soldi: “Per me l’aiuto in fondazione è stato questo, al di là dell’aiuto economico che ovviamente in quel momento serve, perché ti devi rimettere in piedi: è stato un abbraccio. Dove tu senti che c’è qualcuno che ti sostiene e non ti lascia solo”. Francesca è una giovane donna in gamba, finita ostaggio di un compagno violento. Le ha fatto molto male, ed è finito in tribunale. Per lei, come per tante altre, l’incontro con la Fondazione “ha fatto la differenza, perché sentirti dire da persone che ne hanno viste tante di storie, sentirmi dire sei stata brava, sei stata coraggiosa, sei stata forte, mi ha aiutato molto. E il sostegno economico mi ha cambiato la vita, perché io da quel momento ho saputo che mi potevo permettere una scelta”. La Fondazione è un caso unico in Italia ed è un buon metro per capire come andrebbe affrontata la questione della tutela delle vittime. Nata nel 2004, ogni anno si occupa di circa 30 casi (le persone sono di più) e eroga circa 200mila euro in totale, è finanziata dagli enti locali che sono anche i soggetti che avanzano le istanze per conto delle vittime. Cosa che curiosamente non è stata fatta per le vittime uccise da “Igor”, l’omi­cida latitante inseguito senza esito per mesi nelle campagne ferraresi, benché queste abbiano scritto al nostro governo per chiedere, anche loro, attuazione e applicazione della Legge Europea.

Presidente della Fondazione è Carlo Lucarelli, che a luglio ha preso il posto di Sergio Zavoli, ed è diretta dal giudice Elena Buccoliero: “La filosofia dell’intervento legislativo è profondamente diversa dalla nostra. Tanto per cominciare, la Fondazione non ha assolutamente un tariffario per i reati. E considera anche offensivo averlo. Quando si valuta l’entità dell’aiuto si valuta certo la gravità del reato, ma anche il tipo di danno inferto alla persona e ai fami­liari, e le sue o loro necessità. Lo stesso reato può provocare un danno più o meno importante, a seconda ad esempio del fatto che la persona colpita abbia o meno altre persone a carico, che possono essere bambini, anziani, disa­bili”. Quindi che priorità dovrebbe avere il legislatore? “Dovrebbe prendere sul serio il mandato che si sta assumendo. Se ti devi far carico delle vittime, devi chiederti che cosa serva a loro, non fare delle tariffe. Anche i tempi sono inadeguati, chi riceve delle lesioni gravissime è subito che ha bisogno di aiuto. Gessica Notaro ne ha bisogno adesso, non fra un anno o tre o dieci, magari quando arriva la sentenza definitiva”. La nuova legge stabilisce che ogni anno alle vittime andranno complessivamente 4 milioni di euro. Per 52 omicidi, 151 violenze sessuali e 293 lesioni gravi e gravissime, commessi da igno­ti o irreperibili, e altrettanti commessi da nullatenenti. I primi sono calcolati, a spanne, su base Istat, i secondi a occhio. Come dichiarato nella relazione tecnico finanziaria che accompagna il provvedimento. Specificando che i gli indennizzi riguarderanno reati commessi dal 2005, ovvero da quando l’Italia è inadempiente. All’Italia spettano ora i decreti attuativi, all’Europa stabilire se questo è ancora un paese civile.