Un manifesto contro le disuguaglianze

Se c’è un tema che dovrebbe preoccuparci, nel 2017, è quello della diseguaglianze crescenti. Certo, ci sono i robot e anche il cambiamento climatico (e delle ondate migratorie vogliamo parlare?), ma se ciascuna colossale sfida per l’umanità, deve fare i conti con la tenuta delle società occidentali e il loro destino. E le diseguaglianze cresciute a dismisura negli ultimi 35 anni, sono una delle forze che più destabilizzano l’Occidente. La Brexit e la vittoria di Trump alle presidenziali Usa (o il successo dell’AfD tedesca, che vince dove c’è più povertò, non più immigrati) sono un segnale quasi indiscutibile. E lo stesso dicasi per i trionfi a 5 Stelle.

Il tema è entrato di prepotenza nell’agenda internazionale dopo che un drappello di giovani estremisti e un po’ sui generis ha occupato lo Zuccotti Park, a die passi dalla borsa di New York, per diverse settimane. Se c’è una vittoria che Occupy Wall Street può vantare è proprio quella: dopo di loro – e grazie al loro successo in termini di comunicazione – tutti hanno cominciato a nominare la diseguaglianza crescente e ad offrire qualche risposta. A convincere l’opinione pubblica in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sono stati due outsider vecchi e con idee considerate antiquate come Jeremy Corbyn e Bernie Sanders. Il primo ha quasi vinto delle elezioni che lo vedevano come un agnello scarificale.

In Italia, di questo grande tema, si parla poco. Ed è forse questo che deve aver pensato un gruppo di autorevoli economisti, giovani e meno giovani (Maurizio Franzini, Elena Granaglia Ruggero Paladini, Andrea Pezzoli, Michele Raitano e l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco) nel lanciare un manifesto dal titolo “Contro la disuguaglianza: come e perché”. Poco più di 30 pagine nelle quali si analizza la situazione dei Paesi Occidentali e quella italiana. Il tema di cui parlare, sostengono i redattori del manifesto presentato a Roma assieme a Romano Prodi,  economisti, è “l’enorme spostamento che negli ultimi 30 anni si è prodotto dai salari ai profitti e alle rendite”, che è un problema per la tenuta di una società ma anche per la crescita economica.

Tra i dati di enorme interesse segnalati in questo testo ce n’è uno che colpisce: il livello di studi impatta sulla diseguaglianza in percentuale relativamente bassa. Ovvero: dimenticate quelle sciocchezze sulle opportunità, a pesare è il punto di partenza, la ricchezza di famiglia, le relazioni, i saperi trasmessi da un contesto sociale elevato. Certo, se non studi nemmeno sei messo peggio, ma non è quello il punto.  Al contempo, colpisce come la geografia sia relativamente importante: è vero, le regioni del Sud italiano sono più povere, ma il divario, le distanze tra più ricchi e più poveri, tra una Calabria e una Lombardia, sono simili. Esistono insomma diseguaglianze di genere, di appartenenza a un gruppo (in America i neri sono più spesso più poveri), di generazione, geografiche, ma è il fenomeno in sé a essere la grande questione sociale dei nostri tempi.

Un altro punto importante segnalato da questo gruppo di economisti che cerca di aprire una discussione su un tema tanto importante è quello secondo cui non è l’aumento della povertà a essere un problema, ma proprio la forbice tra i più ricchi e i più poveri che si allarga. L’aumento della povertà estrema è un indicatore delle diseguaglianze crescenti.

L’aumento dei ricchi e la perdita di potere economico dei ceti medi  è un fatto ovunque in Occidente: meno dove il welfare, i trasferimenti in denaro e la fiscalità ne attenuano la portata, di più, come negli Stati Uniti, dove il ruolo redistributivo dello Stato è minore. In Italia, tutto sommato, le politiche pubbliche hanno fatto qualcosa, ma il ruolo del pubblico si è andato attenuando negli ultimi anni.

Che fare allora? Nel suo discorso alla conferenza del Labour party di settembre, Jeremy Corbyn ha fatto l’elenco dei danni del governo conservatore di Theresa May: più diseguaglianza, tagli alla sanità, lavoratori poveri in numeri da record e offerto una serie di ricette nazionali classiche. Ridurre il costo dell’istruzione o renderla gratuita, aumentare le tasse a ricchi e corporation, migliorare il sistema sanitario e costruire o rimettere a posto le case popolari. Con quel programma il Labour ha quasi vinto. E gli economisti cosa propongono? Ventotto punti, alcuni realizzabili solo in Italia, altri per cui servirebbe un coordinamento mondiale. Dalle regole per le banche a quelle per la finanza, da un ritorno alla centralità dei sindacati – che la perdita di potere salariale discende molto dalla loro debolezza – a regole che stimolino la concorrenza invece della rendita. Non solo welfare state e tasse, dunque, ma anche un modo di rendere più equo e concorrenziale un mercato che a oggi appare come un produttore di oligopoli e premi stellari per i dirigenti che fanno utili grazie alla Borsa. Quelle del Manifesto contro la disuguaglianza sembrano proposte irrealizzabili e fuori tempo? La verità è che le società occidentali lanciano segnali di allarme preoccupanti e, a giudicare dai risultati elettorali di molti Paesi, senza affrontare questo e altri mali dell’età contemporanea, presto ci troveremmo a pentircene.

Giornalista specializzato in politica americana. Tra gli altri, ha lavorato per l’Unità, Limes, Pagina99 e Europa. Nel 2008 ha pubblicato un libro con Mattia Diletti e Mattia Toaldo intitolato “Come cambia l’America, politica e società ai tempi di Obama”, nel 2012, con Giovanni Borgognone “Tea party. La rivolta populista e la destra americana”