Un giorno da stalliere

 

(Inghilterra. Zona rurale nei pressi di Bath. Job centre. Licenziato da poco. Senza soldi né tetto, alla ricerca di un lavoraccio.)

Tra tanti annunci, cercavano qualcuno disposto a fare lo stalliere per tre settimane nelle campagne fuori Bath: vitto, alloggio e qualche sterlina. In transito, ancora una volta inseguivo lavoro e pagnotta. Mi sentivo come quei lavoratori migranti che si spostavano nei treni merci come clandestini negli Stati Uniti, durante la Grande Depressione del ‘29, alla ricerca di un impiego nei campi, in una miniera o in un’industria. “I ain’t got no home, I’m just ramblin’ Around / A hard working ramblin’ man /I go from town to town.” Un tempo Okies e Hoboes, oggi Pigs. Manodopera mobile, emigrata, alla ricerca di un tetto e di una mansione qualsiasi.

L’indirizzo era giusto e anche il bus arrivò puntuale, secondo le indicazioni che mi avevano dato al telefono. Mi presentai alle porte dell’esclusivo circolo ippico Horses Rounds alle 8 del mattino. L’aria di fine maggio era ancora fresca. Odore di erba tagliata. Profumo dolce di sterco di cavallo. Buono.

“’Morning, ci siamo sentiti per telefono.. sono il manovale dell’annuncio per il lavoro nelle stalle…”

“Scuderie, figliuolo, sono scuderie. Le stalle sono quelle dei contadini.” L’uomo che mi aveva risposto parlava con un accento perfetto da gentleman. Mi aveva dato il suo benvenuto a Horse Rounds.

Horses Rounds è un’isola chic, piena di ville di campagna e cottage di lusso, dispersi nel verde delle colline che circondano Bath. Un posto dove i ricchi celebrano le tradizioni del passato e i valori dell’aristocrazia rurale: la caccia alla volpe, il dressage di campagna e i concorsi ippici scandiscono il tempo lontano dalle metropoli, dove a sentir loro “regna il degrado”. Però, certo, qualche immigrato serve, anche qui. Perché i cavalli cacano e qualcuno dovrà ripulire. L’importante è che siano chiare le gerarchie. Prima i cavalieri di rango, poi i cavalli, dopo i fantini e ultimi gli operai. Manovali e stallieri erano quindi i benvenuti, finché stavano al loro posto: nelle baracche della servitù, servite da docce e bagni in comune per i plebei.

Quanto allo sgobbo, innanzitutto dovevo governare i cavalli a pensione. Qualche presella di fieno, una sola d’erba medica. Poi si passava alle granaglie, avena e biada solo per i quadrupedi che partecipavano ai concorsi. Quando i cavalli finivano di mangiare mettevo la capezza al collo e li portavo fuori dal box, poi li legavo a un anello e iniziavo a pulirli. Brusca e striglia e il passaggio del nettapiede nella forcella degli zoccoli. Ripuliti i cavalli, passavo alla lettiera. Con un forchettone toglievo lo sterco e lo impilavo nella carriola di plastica. Sotto la paglia nella lettiera scoprivo strati di truciolato sudicio e compresso. I box non venivano fatti da tempo e i cavalli avevano pressato la lettiera con gli zoccoli. C’erano stratigrafie di sterco sedimentate. Masse tettoniche di feci d’erba digerita. Lasciavo il forchettone e iniziavo a scolpir via concio a colpi di pala e piccone. Sognavo che la rimozione di quelle stratigrafie mi rivelasse chissà quali dettagli archeologici. Avevo fatto anche un corso d’archeologia all’università. Conoscevo i principi della stratigrafia. Eccolo, il lavoro culturale. Peccato che lo applicavo alle stalle, mica ai siti del neolitico inglese. Avrei sfogliato strati di detriti fecali nella mia Shit-Henge. Avrei interpretato gli indizi come Sherlock Holmes. Quel vago sentore di ammoniaca, depositato nel centro del box, rivelava la presenza di un castrone: le giumente notoriamente pisciano negli angoli. Elementare. Venticinque box, cinquanta carriole. Era finita la mattina.

Dopo pranzo arrivò un tipo che sembrava essere il capo della situazione. Si chiamava Bob. Mi disse che nel pomeriggio avrei dovuto scaricare un camion di presse di fieno. L’indomani invece avrei dovuto preparare il campo da polo, che si trovava da un’altra parte, vicino al fiume. Nel pomeriggio arrivò il camion carico di fieno. Stivare le presse di fieno a mano, senza un trattore con la forca, è un bel lavoraccio. Ogni pressa pesa dai venti ai venticinque chili. Bisogna metterle sopra dei bancali, perché se toccano terra prendono umidità e fanno la muffa e i cavalli poi mica le mangiano più. Vanno sistemate una sopra l’altra, in modo che l’acqua possa scivolare di lato in caso di pioggia.

A sera arrivarono i primi cavalli del polo, cavalli argentini ovviamente. I cavalli furono preceduti da un gruppo di giovinastri, loro stessi argentini. Erano uno spettacolo: giovani gauchos che cavalcavano sui verdi colli inglesi. I nobili li esibivano come i neri delle colonie al tempo della Grande esposizione di Londra. Di questi cavalieri argentini, alcuni avevano tratti da indios e in questo caso ostentavano una laconica indifferenza. Altri avevano sangue italiano e subito esibivano sorrisi da orecchio a orecchio, aria furba, prontezza d’eloquio nella lingua del sì e nell’arte della lama. La loro compagnia, degna di uno western-spaghetti, mi aiutava a sostenere le fatiche del lavoro. Come tagliare l’erba dell’enorme campo da polo. Passai più volte col trattore, avanti e indietro. Il peggio arrivò quando dovetti tagliare l’erba sotto la staccionata bianca: bisognava andare a mano con il decespugliatore. Decespugliai tutto il perimetro del campo da polo in cinque ininterrotte ore di vertigine al nylon, facendo fuori due taniche di miscela al quattro percento e cambiando spesso il nastro. Ero una trottola ammazzaerba e il mio cervello ronzava con lo stesso ritmo del motore a scoppio. Lungo la staccionata giaceva la carcassa desnuda di uno che poteva essere un turista aqquattrinato. Mi spiace deludervi: non era morto. Anzi. Lo scansafatiche se ne stava a prendere il sole. Mi insultò perché gli avevo sporcato di polvere ed erba la maglietta. A me, trovava il coraggio di rivolgere la parola, che di erba e polvere ero ricoperto fino alle midolla? Lo minacciai con il decespugliatore, lui scappò via. Spensi il motore. Il gentleman si rifece avanti: “Lei signore mi deve delle spiegazioni”. Mi ricordai del primo comandamento paterno, che stava alla base della mia educazione: “se un ricco ti chiama signore, parati con le mani il sedere”. Ero sudato e ottuso, incazzato e polveroso: non trovai di meglio che caricarlo a testa bassa, senza neanche togliermi la mascherina di dosso. Lo sfruttatore del popolo saltò lo steccato con agilità insospettabile e credo che stia ancora correndo, da qualche parte, nel Regno di Sua Maestà.

La scena fu osservata dai cavalcanti argentini che riscaldavano i cavalli in un paddock: la mia carica degna d’un toro uruguaiano fu unanimemente applaudita. Mi guadagnai il titolo di compadre e mi offrirono un beverone, fernet branca più coca cola, preparato in una bottiglia d’acqua di plastica che si riempì immediatamente di mosche cavalline. Bevvi quella cosa e mi sentii come il Martin Fierro, il re della pampa. Che iniziazione. Barcollando raggiunsi la mia baracca e, stanco morto, sprofondai nel sonno del giusto.

Tornammo a lavorare coi cavalli. Io e un altro sfigato pensavamo al campo da polo: tirare le strisce con la calce, preparare le porte, il segnapunti, il microfono per la giuria. Dovevamo poi passare con un trattore verde della John Deer collegato con un rullo, perché se l’erba non è schiacciata, la palla non scorre. I capetti guardavano e annuivano.

Prima di andare a riposo, il boss mi disse di vestirmi a modo per l’indomani, che cominciava il torneo. Così al mattino mi infilai jeans, camicia a quadretti e occhiali, per vedere la pallina nera correre sul grande prato verde che avevo rullato. E i capetti ingrati, non appena uscii dalla baracca, si misero a prendermi per i fondelli: «guarda è arrivato un intellettuale!». E un altro: «Hai studiato al college, carino?» Bloody hell, dalle mie parti con gli occhiali e un congiuntivo si fa un intellettuale, ma anche qui nel grande Nord stavano male. Mi tolsi gli occhiali e per spregio mi diressi verso la mia baracca. Tra le cose che mio padre mi aveva infilato nel borsone prima della partenza c’era qualcosa che poteva fare al mio caso. Era la sua bella tuta blu sporca con scritto “enichem” sopra il taschino. Me la infilai e stetti tutto il tempo con quella addosso, senza occhiali, dando le spalle allo spettacolo della partita di polo. Non si sa mai che mi accusassero di rubare con gli occhi uno spettacolo riservato alle dame di campagna.

Tornai in baracca. trovai una lettera per me. Ero licenziato per comportamenti aggressivi. Avevo inseguito un cliente della prestigiosa struttura col mio decespugliatore e quello se l’era presa e aveva sporto un reclamo alla direzione.

Non c’era appello possibile. Nessun sindacato da chiamare. Decisi di rimettermi sulla pista. “I ain’t got no home, I’m just ramblin’ Around / A hard working ramblin’ man /I go from town to town.”

Scrittore e traduttore, Cresciuto in provincia di Grosseto, ha pubblicato i romanzi Potassa 2003, Il fioraio di Perón 2009 e Amianto. Una storia operaia 2012 (segnalato al Premio Campiello 2013, finalista Premio Pozzale Luigi Russo, finalista Premio Chianti Narrativa, premio speciale della giuria Grotte della Gurfa e premio Scrittore toscano dell'anno 2013). Ha tradotto l'opera di autori come Evaristo Carriego, Roberto Arlt, Osvaldo Bayer, David Graeber, John Zerzan e John Sinclair. Dal 2005 fa parte della redazione della rivista Carmilla online diretta da Valerio Evangelisti e di Letteraria. Pubblica reportage narrativi su La Repubblica, Il manifesto, Il Reportage.