Turista a Chernobyl

 

Una mattina di fine luglio la prima cosa che ho letto appena ho aperto gli occhi è stata la notizia che Sky e HBO avrebbero messo in produzione una mini-serie su Chernobyl. Era stata l’amica e collega Marta a condividerla, con lei e Guido avevo vissuto a maggio l’esperienza della visita guidata nei luoghi del più grande disastro nucleare di sempre. Prima di quest’anno non sapevamo tante cose, prima fra tutte che Chernobyl fosse diventata una destinazione parecchio battuta. Se non fosse stato per l’Eurovision neanche noi saremmo mai andati. L’Eurovision è diventata una piacevole consuetudine presa con un gruppo di amici: noi seguiamo la più grande competizione canora del mondo e al contempo scopriamo posti nuovi visto che il festival si tiene sempre ogni anno nel paese del cantante che vince. Il 2017 pertanto era l’anno di Kiev. Ero piuttosto incerta sul da farsi fino a quando Eddy, uno dei nostri amici della compagnia di giro eurovisiva, ci dice che organizzano dei tour per Chernobyl. Confesso che neanche sapevo che quella località tristemente leggendaria fosse in Ucraina. Se hai fatto le medie prima del 1990, Chernobyl potrebbe essere ancora in Russia. Il 26 aprile del 1986 non avevo neanche dieci anni e, contrariamente ai miei coetanei, se penso alla catastrofe mi viene in mente mia nonna preoccupata davanti alla sua capanna. Mentre tutto il mondo ricorda che non poteva mangiare l’insalata e bere il latte, la mia memoria va a questa vecchia contadina con il fazzoletto in testa che non sapeva cosa dare da mangiare alle sue galline.

Visitare Chernobyl. Decido di farlo e non ci metto molto a convincere Guido a seguirmi. Chissà che foto si possono scattare in quel deserto fatiscente. La meta di questo viaggio insolito non poteva essere presa alla leggera e cominciamo a documentarci. Guido di più. Per un periodo fa le tre tutte le notti leggersi articoli e per vedersi speciali di Quark con Piero Angela in montgomery e mascherina, film su complotti e video su Youtube. Troviamo in biblioteca “Confessioni di un reporter” di Igor Kostin, il primo fotografo ad aver testimoniato la tragedia, soprattutto umana, di quel territorio, un reportage che si fa fatica a dimenticare.

Siamo andati là sapendo molto ma non tutto, imparanoiati al punto giusto sull’abbigliamento da indossare. Quando ci siamo trovati al punto di incontro nella piazza principale di Kiev, noi eravamo sicuramente i più buffi. Ci abbiamo messo settimane a decidere l’outfit giusto: un assemblaggio casuale di abiti dismessi che avremmo poi buttato nell’immondizia, e sciarpe e cappelli acquistati a poche grivnie in un outlet della città visto il clima pungente di quei giorni. Alle sette e mezza della mattina, mentre sorseggiamo cappuccini da asporto imbacuccati come degli spaventapasseri, siamo smistati a seconda delle nostre prenotazioni. Con noi gente di tutti i tipi. Ci controllano i documenti e ci caricano su questi pullman non proprio freschi di fabbrica. Partiamo non senza qualche interrogativo che fa capolino nella coscienza.

Il tempo è grigio e, appena usciti dalla città, la strada che porta alla zona di alienazione di Chernobyl diventa immediatamente triste. Lungo tutto il tragitto, mentre guardavo quella distesa di nulla, mi sembrava di vederle le code di pullman carichi di persone a cui era stato detto che avevano tre ore per andarsene di casa e per fare una valigia con le cose più importanti, che tanto da lì a poco sarebbero tornati a prendere il resto. Invece per loro, ignari di quello che era accaduto, sarebbe cominciato l’inferno. Inferno che per molti, a causa delle malattie, non sarebbe durato poi così a lungo, giusto il tempo di spegnersi dolorosamente, anzitempo e senza colpe.

“Guardate là” la guida ci invita a guardare fuori dal finestrino “sulle rive di quel fiume le famiglie andavano a fare dei barbecue”. Un raggio di sole squarcia le nuvole e illumina quel punto in cui, come fantasmi, ci scorrono davanti agli occhi le domeniche liete di persone che probabilmente non sono sopravvissute all’esposizione di una quantità di radiazioni che si stima circa cento volte superiore a quella delle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Il pullman si ferma ma non siamo arrivati: dobbiamo sottoporci a diversi controlli prima di arrivare dentro l’area proibita. Superati i vari checkpoint, il primo posto in cui ci portano è una chiesetta celeste. È lì che comincia il tour. La tragedia non è ancora tangibile anche se le guide ci ricordano di non toccare nulla. Passiamo velocemente alla tappa successiva, quello che resta di un villaggio. Ci intrufoliamo dentro casette colorate e pericolanti. Non chiediamo permesso, siamo autorizzati. La prima casetta è una scuola. La natura si è impossessata di tutto e sembra rigogliosa. Ovunque disseminati oggetti che regalano orrore laddove ce ne fosse bisogno. Le bamboline sparse qua e là disturbano perché non sono necessarie così come gli spartiti sui tavoli e le scarpette infilate nei letti di ferro. Questi oggetti sono magnetici per obiettivi e telefoni, impossibile resistere alla tentazione dello scatto. In quei primi momenti, mentre sto attenta a evitare il muschio altamente radioattivo, mi viene in mente il Museo per la Memoria di Ustica di Bologna. Qui Boltanski, l’artista che ha curato un’installazione permanente, ha chiuso in enormi casse nere tutti gli effetti personali delle vittime della strage. Per proteggerle dallo sguardo morboso della gente. Avrei voluto vederlo anch’io dal vero quello zoccoletto piegato ritratto dappertutto quando si parla della strage ma, mentre sentivo dentro di me montare la curiosità, mi rendevo conto che era giusto così, quell’intimità andava protetta.

Cosa che non avviene a Chernobyl dove tutto diventa una foto ricordo. Dove ogni casetta bassa e colorata contiene il dramma di chi ha dovuto lasciarla in tre ore. Quelle ancora in piedi poi, perché il terreno che calpestiamo probabilmente custodisce il resto delle abitazioni, spianate con le ruspe poco dopo il disastro, seppellite nel tentativo di contenere i danni delle radiazioni.

Ancora un breve tragitto con il pullman che ci conduce alla prossima fermata. Il reattore 4 è là. Lui sì che è protetto. Un sarcofago scintillante ne copre le sembianze. È circondato da pace, silenzio e un fiume. Lo guardiamo con soggezione, non sembra così pericoloso come realmente è. Dopo le foto di rito all’impianto nucleare più famoso del mondo, saliamo di nuovo sul pullman e circumnavighiamo lo stabilimento. Arriviamo all’ingresso, siamo vicini alla celebrità, molto vicini. C’è un viavai di lavoratori che entra e esce, ma guai a fotografarli. La guida ci ammonisce con severità e mi afferra per un braccio quando mi distraggo per riprendere un cane. Le foto si possono fare ma in un perimetro definito davanti al monumento alla memoria di Chernobyl e alle sue vittime. Ci spiega che quel luogo è ancora molto pericoloso, sarebbe un danno enorme offrire ai terroristi troppi elementi su un potenziale obiettivo sensibile.

Ci dirigiamo a Pripyat. Il pullman si ferma davanti alla scritta in cirillico della città. Dietro di noi un bivio e un cartellone. L’aria è polverosa a causa di un leggero venticello che muove la foresta di pioppi e betulle immersa in un silenzio irreale. Sembra la sigla di Twin Peaks.

Questa città residenziale costruita per i lavoratori della centrale nucleare è popolata da enormi palazzoni. Disabitati da più di trent’anni, quegli edifici sono gonfi alla base e sembrano stanchi di rimanere in piedi. La guida sembra un agente immobiliare, pare voglia venderci qualcosa. È bravo a farci immaginare il comfort di questa specie di Milano 2. Di fronte a noi il parco giochi. La ruota panoramica, l’autoscontro, il calcinculo. Ti sembra di sentirle le risate dei bambini perché tutto deve ammantarsi di ricordo lacrimoso quando si legge di disastri, a costo di reinventare la realtà. Purtroppo o per fortuna, quei giochi di bambini non ne hanno mai visti. La data di inaugurazione del luna park era prevista il 1 maggio del 1986 ma, essendo stata evacuata la città qualche giorno prima, quel luogo è consegnato alla storia come intrattenimento per turisti, e forse è meglio immaginarlo così. Mentre tutti scattano selfie, a noi non viene neanche più voglia di fare foto. Tanto c’è poco che non può essere visto sul web. L’aria non sembra pericolosa, non pensi di respirare nel punto più radioattivo della terra se non fosse che la polvere secca terribilmente la pelle e le labbra. Il pullman prosegue il suo giro e si ferma in mezzo al verde della boscaglia che lambisce l’accesso a una zona militare. Siamo arrivati alla Duga-3. Lì c’è un adorabile cagnolino ad aspettarci. Scodinzola allegro, ci segue ma nessuno lo accarezza: il pelo trattiene le radiazioni. Nel libro di Kostin si legge che a un certo punto cani e gatti sono stati uccisi tutti proprio per questo motivo. Quello scenario, già inquietante di suo, era diventato anche un cimitero popolato di animali domestici. Da quando sono diventata gattara queste storie mi distruggono. Nella mail di conferma del tour c’era scritto che chi voleva poteva portarsi dietro del cibo per nutrire i cani randagi. Io ho chiesto dei gatti, se pure loro avessero bisogno di qualcosa. Mi hanno risposto di sì, ma che i felini, essendo più indipendenti, generalmente si facevano i fatti loro. Per tutto il tour io ho cercato i gatti per dar loro da mangiare ma di questi, in effetti, neanche l’ombra. Il nostro amico peloso invece ci segue fino a quella costruzione imponente e insensata che poggia su una sabbia bianca e fine. Nonostante la bocca asciutta e serrata, sento che i denti schiacciano un granello di sabbia. In quel momento mi sono immaginata morire di leucemia in un letto d’ospedale, in fondo me l’ero cercata.

Siamo affamati, sono quasi le tre del pomeriggio. Quando abbiamo prenotato il tour con “lunch included” Guido disse “col cazzo che mangio a Chernobyl” ma appena arrivati in quella specie di baita per turisti nucleari ci siamo avventati sul cibo. Saranno state le radiazioni ma la bistecchina di maiale che abbiamo sbranato era tenera e squisita accompagnata, ironia della sorte, dall’alimento più bandito del 1986: l’insalatina. Gli organizzatori rassicurano che il cibo arriva ogni giorno da un altrove non meglio specificato. E noi, con quella fame, non possiamo che fidarci.

Contando anche queste spicce cameriere, sono circa 300 le persone che, con le dovute cautele, lavorano in quest’area. A Pripyat, ho visto anche diverse donne. Indossavano il fazzoletto sulla testa come mia nonna, alcune camminavano appesantite dalle sporte sotto braccio, altre conversavano sul ciglio della strada come se fossero in qualunque altro luogo del mondo. Guardandole dal finestrino del pullman mi sono chiesta quale fosse la paga per il loro impiego, se non era meglio venire in Italia a fare le badanti e se conoscevano la felicità. Mentre loro rimangono, noi con la pancia piena torniamo verso Kiev non prima di essere sottoposti al controllo delle radiazioni passando attraverso quelle macchinette che sembrano l’ennesima attrazione turistica. Ci fermiamo davanti alla scritta Chernobyl. Per qualcuno sarà l’ultimo selfie di questa avventura, l’ultima cartolina spedita a parenti e amici su Whatsapp noncuranti, forse, che ci stavamo lasciando alle spalle l’area più contaminata del mondo che rimarrà tale per altre decine di migliaia di anni.

“Speriamo di rivedervi presto magari per visitare Chernobyl in altre stagioni” ci dice la guida mentre ci saluta. Difficile, penso, che qualcuno di quelli che è con noi tornerà. Lo smartphone è pieno zeppo di foto e poi tra un anno o due vedremo anche la serie tv. E allora sì che Chernobyl sarà consacrata come destinazione turistica. Da impresa folle e sconsiderata a esperienza mainstream da cinque stelle su Tripadvisor.

Giornalista, scrive quello che vede come se fosse al bancone del bar. Vive a Bologna. Co-autrice di Grand Tour Bologna. Il suo blog su Medium: https://medium.com/@folladicuriosi