Sotto i razzi di Hokkaido

Il 15 settembre a Tokyo le prime notizie sul lancio del missile nordcoreano irrompono in apertura del telegiornale, poco dopo le sette del mattino. Sul canale privato Nihon TV il servizio di apertura sul tifone numero 18 viene interroto dalla diretta sul missile: la voce tesa dell’annunciatore riporta le notizie del sorvolo del razzo sull’Hokkaido, l’inabissamento e le operazioni di ricerca dei detriti del missile in terraferma. Nel frattempo, nelle regioni soggette alle operazioni d’allerta invece, la normale routine del mattino viene spezzata dall’inquietante suono delle sirene usate in genere per annunciare l’evacuazione in caso di terremoti o tsunami, seguito dall’annuncio degli altoparlanti: “lancio missilistico dalla Corea del Nord, preghiamo i cittadini di rifugiarsi all’interno di edifici o in piani sotterranei”.

L’ennesimo razzo sparato dalla Corea del Nord il mese scorso ha riacceso l’angoscia nella popolazione nipponica, peraltro già alta nel corso dell’anno. Nel maggio di quest’anno infatti il 90% degli interpellati dal sondaggo dell’Asahi shibun si è detto preoccupato del programma atomico nordcoreano. Cifre che stupiscono se si considera che tra gli analisti sono pochi quelli pronti a scommetere sull’inizio della guerra. Nel dibattito sulle ragioni dell’ansia diffusa tra i giapponesi, non sono mancate le critiche al sistema satellitare di allerta J-Alert, messo in funzione con eccessivo zelo e senza un’adeguata preparazione della popolazione e degli enti locali nei piani di evaquazione. Tra le domande inevase che rimbalzavano tra i talk show giapponesi a pochi giorni del test missilistico: perchè coinvolgere ben 12 regioni nelle operazioni di evaquazione, per una durata ben oltre il sorvolo del razzo coreano? Secondo l’esperto di comunicazione Hongchun Lee, l’eccessiva percezione di rischio è frutto anche di informazione troppo semplicistica sul regime di Pyongyang. Le rappresentazioni macchiettistiche del segretario generale del Partito del Lavoro della Corea Kim Jong-un, descritto senza soluzione di continuità da giovanissimo leader senza arte né parte a dittatore sanguinario, non aiuterebbero i cittadini a valutare adeguatamente la portata della crisi missilistica.

L’inquietudine dei giapponesi non è del tutto ingiustificata. Il Giappone è nel mirino dei nordcoreani dall’inizio degli anni novanta, epoca in cui furono testati i primi missili a medio raggio in grado di colpire il territorio nipponico. Tuttavia, se è vero che ci sono precedenti di satelliti nordcoreani nello spazio aereo nipponico, nessun missile aveva mai sorvolato il territorio giapponese prima dei razzi lanciati il 29 agosto e il 15 settembre.

Il vero obiettivo dell’escalation di Pyongyang sembrano essere però gli USA. Nell’agosto 2016 viene lanciato il missile Pukguksong, il primo a mettere gli Stati Uniti sotto tiro dei sottomarini nordcoreani. Il maggio di quest’anno è la volta del missile Huangsong-12, che dal territorio nordcoreano può colpire le basi americane nell’isola di Guam. E infine, il test dello Hwasong-14 dello scorso luglio, primo missile per il trasporto di testate nucleari in grado di raggiungere gli USA dalla Corea del Nord. Intanto non si è fermato lo sviluppo del programma atomico. Due sono i test nucleari nordcoreani registrati l’anno scorso, che proverebbero secondo Pyongyang la possibilità di disporre della bomba all’idrogeno. Il 3 settembre di quest’anno l’ultimo test nucleare, almeno otto volte più potente del precedente, la cui portata stimata tra 70 a 280 kilotoni fa impallidire l’atomica sganciata su Nagasaki, di 21 kilotoni.

Quali sono veramente le mire di Kim Jon-un? Pochi sono i commentatori che lo considerano un giocatore irrazionale sullo scacchiere internazionale. In Giappone è stata sottolineata la grande diversità tra l’attuale leader nordcoreano e il padre, il “caro leader” Kim Jong-il alla guida del paese dal 1994 alla sua morte nel 2011. Negli anni novanta, quando l’economia pianificata coreana era al tracollo, il nucleare era di fatto uno strumento per ottenere contropartite in denaro o aiuti umanitari nelle trattative con gli Stati Uniti (si veda ad esempio l’accordo tra Usa e nord Corea del 1994). Con il passaggio all’economia di mercato negli ultimi dieci anni e la relativa crescita economica, la ricerca di un contraccambio economico a breve termine sembra, almeno per ora, essere passata in secondo piano.

Il professor Junji Hiraiwa sostiente che gli ultimi sviluppi nella politica degli armamenti a Pyongyang sono da leggere sullo sfondo della nuova era Trump. Nell’indeterminatezza della politica estera trumpiana, l’obiettivo di Kim sarebbe stato quello di identificare la red line statunitense da non superare. Secondo Brad Glosserman invece gli ultimi razzi nordcoreani non sono da interpretare come dei messaggi per gli USA: i test nucleari nordcoreani sarebbero gli ultimi sforzi di Pyongyang per completare lo sviluppo della bomba atomica, prezioso strumento nella strategia di deterrenza che vuole mettere a punto il regime nordcoreano. Alcuni commentatori hanno cercato le responsabilità dell’accellerazione del programma nucleare della Corea del Nord nella precedente amministrazione americana. Sotto accusa è la politica obamiana di porre la rinuncia del programma nucleare come condizione sine qua non di ogni negoziato con Kim. Questa intransigenza, da taluni considerata ormai irrealistica, avrebbe indebolito il controllo della comunità internazionale sul regime nordcoreano, trovatosi così in condizioni di condurre indisturbato lo sviluppo nel settore bellico.

Oltre alle responsabilità americane, in molti sostengono che l’escalation nordcoreana è stata possibile anche per la debolezza del Consiglio di Sicurezza Onu, dovuta alla storica divisione tra Russia e Cina da un lato, da sempre fautori del dialogo col regime di Pyongyang, e la linea dura degli Stati Uniti dall’altro. L’accellerazione nel programma nucleare approntato da Kim Jon-il ha però sortito l’effetto di ricompattare le posizioni della comunità internazionale nel fronte dell’intransigenza: ne è la prova la velocità e la relativa durezza della risoluzione Onu nei confronti della Corea del Nord, approvata l’11 settembre, a soli otto giorni dal sesto test nucleare nordcoreano. Ruolo chiave nella tempestività delle iniziative dell’Onu è stato ricoperto dalla Cina. Oltre alla vicinanza geografica e ideologica al regime, la Cina costituisce il principale partner commerciale della Corea del nord, e per questo in passato ha ricoperto un ruolo di mediatore tra il regime e la comunità internazionale. Tuttavia, la Cina non sarebbe più disposta a tollerare le provocazioni di Kim Jon-un, che sembra voler reclamare a suon di razzi un posto paritario agli altri leader sui tavoli diplomatici asiatici. Ne sono un esempio i lanci missilistici in maggio, durante le riunioni sulla strategia di sviluppo cinese “la Nuona via della seta”, e il test atomico in settembre, in contemporanea al vertice dei BRICS nella città di Xiamen. Le sanzioni del consiglio di sicurezza Onu di settembre, il nono provvedimento dal 2006, hanno mitigato il piano oltranzista inizialemente proposto da Trump: sono stati rinviati il blocco totale di rifornimento di petrolio e il congelamento dei beni all’estero della famiglia di Kim. Tuttavia, impressiona il consenso cinese alla sospensione delle assunzioni dei lavoratori nordcoreani all’estero, al blocco delle esportazioni del tessile nordcoreano che, assieme al divieto di rifornimento di carbone, gas naturale e dei minerali ferrosi nelle precedenti sanzioni, avranno in breve tempo effetti devastanti sull’economia nordcoreana.

Il primo ministro giapponese Abe, leader conservatore del Partito Liberaldemocratico (PLD), si è da subito schierato con la linea dura di Trump nella discussione delle sanzioni. Nel corso dell’estate Abe ha più volte richiamato la necessità di ricorrere alla pressione piuttosto che al dialogo con Pyongyang. E’ rivelatrice a questo proposito l’irritazione che il primo ministro giapponese ha dimostrato il 21 settembre quando il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha varato un piano di aiuti umanitari da otto milioni di dollari, destinati a minori e donne in gravidanza nella Corea del nord.

Come hanno suggerito i sondaggi lo scorso mese, che davano in leggera ripresa la fiducia verso il governo Abe, la linea dura del primo ministro giapponese sembra riscuotere un certo successo tra una vasta parte dell’elettorato nipponico, polarizzato tra i sostenitori del dialogo con Pyongyang e tra chi pensa che la pressione sia l’unica chiave per risolvere la crisi regionale. Abe è riuscito a captare anche posizioni belliciste che, seppur minoritarie, hanno fatto capolino nel dibattito pubblico giapponese. L’opzione muscolare dell’uomo della strada è stata ben rappresentata dalle dichiarazioni, subito diventate virali in rete, del comico Koyabu Kazutoshi dopo il test missilistico del 15 settembre: cosa speriamo di ottenere dalla Corea del Nord se ci presentiamo come dei bambini indifesi di fronte a un malvivente armato di coltello, pronto a ridurci come un colabrodo?

Il 28 settembre Abe ha ufficializzato la decisione di indire le elezioni anticipate della camera bassa per il 22 ottobre. Nel manifesto elettorale ha inserito la proposta di emendamento dell’articolo 9 della costituzione, che vieta l’esistenza delle forze armate, per poter legalizzare lo status del corpo di difesa nazionale. La scelta improvvisa delle elezioni anticipate, a quasi due mesi dalla formazione dell’ultimo gabinetto, sembra il tentativo disperato da parte di Abe di tesaurizzare in seggi parlamentari la ritrovata affinità con l’ettorato conservatore. Dallo scoppio dello scandalo Moritomo Gakuen nel febbraio 2017 il consenso verso il governo è in caduta libera. Come ha sottolineato Atsushi Sugita, la scoperta della vendita di terreno demaniale a prezzi stracciati alla scuola privata Moritomo Gakuen, di cui la moglie di Abe è preside onoraria, ha aperto squarci inquietanti sulla “gestione mafiosa“ del potere da parte di Abe. Il colpo finale alla popolarità del governo Abe è stato assestato il 31 luglio, quando Yuriko Koike (lista civica “prima i cittadini”) ha conquistato il governo metropolitano di Tokyo, da sempre un feudo del PLD. Sfruttando la debolezza del primo ministro, la neogovernatrice di Tokyo grazie a una spettacolare operazione di restyling politico è riuscita a trasformarsi da parlamentare di lungo corso nelle file del PLD in paladina contro la casta dei politici. Principale sfidante di Abe con il nuovo partito Kibō no tō (Partito della Speranza), Koike è la vera sorpresa delle elezioni di ottobre, anche se la conquista della maggioranza da parte della nuova formazione sembra ancora di là da venire.

La riforma dell’articolo 9 promessa da Abe potrebbe avere effetti potenzialmente destabilizzanti nell’equilibrio politico-militare dell’area, e per questo l’appuntamento elettorale giapponese di fine ottobre acquista una valenza internazionale

Visiting researcher presso l'Università Keio di Tokyo, insegna italiano e si occupa di storia economica e sociale del Giappone e della Cina.