Dove scompaiono
i bambini migranti

Migliaia di bambini non accompagnati arrivano ogni anno in Europa – ingannati dalle false promesse di una vita migliore. Invece, molti finiscono vittime della prostituzione e della schiavitù.


La barca da pesca in legno, piena zeppa di figure sottili che gridavano e pregavano, stava affondando velocemente. Era fine ottobre e il motore del peschereccio era andato in avaria durante il viaggio dalla Libia all’Italia. Le onde gelide si infrangevano sulla prua e nella stiva, dove 70 bambini – di cui 50 non accompagnati – erano stipati tra 300 rifugiati e migranti. L’oscurità stava scendendo e le speranze svanendo quando la nave di Save the Children finalmente li raggiunse.

Quando l’imbarcazione di salvataggio attraccò a Trapani, nella Sicilia settentrionale, scesero, instabili sulla terra ferma, per incontrare i lavoratori della Croce Rossa che diedero ciabatte blu ai bambini e rosa alle bambine, poi consegnarono a ciascuno una borsa con un panino e una bottiglia d’acqua.
“Cerco di immaginarmi alla loro età in quella situazione: così fredda, così dura, così oscura”, dice Gabriele Casini, portavoce Save the Children sulla barca di salvataggio. “Da quale situazione terribile devono scappare per arrivare a fare una cosa del genere. Nessun bambino dovrebbe affrontare una cosa simile insieme ai genitori, figuriamoci da solo”.

Un sorprendente 91% dei bambini arrivati in Italia con i barconi l’anno scorso non erano accompagnati. Ed erano migliaia. Almeno 25.800 bambini non accompagnati sono arrivati ​​via mare nel 2016 – più del doppio rispetto all’anno precedente. Anche i migranti stanno diventando più giovani. Mentre la maggior parte dei bambini non accompagnati sono in media di età compresa tra i 15 e i 17 anni, l’anno scorso se ne sono visti molti di 9, 10 o 11 di età. La più giovane di tutti era Favour, una bambina nigeriana che aveva nove mesi quando è sbarcata da sola lo scorso maggio dopo che i suoi genitori  erano annegati durante la traversata. Non era l’unica a essere rimasta orfana in viaggio. L’anno scorso è stato battuto il record dell’orrore: più di 5.000 migranti sono annegati attraversando il Mediterraneo.

Nel mese di novembre, Ahmad, 6 anni, e Nasreen, 9 anni, dal Mali, erano su un battello così affollato che per metà affondava in acqua. La loro madre è scivolata in fondo ed è annegata. La maggior parte dei bambini, tuttavia, arriva da solo. Arrivano – o vengono mandati dai loro genitori – alla ricerca di un futuro migliore e di sicurezza, proprio come fecero le persone in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti di loro scompaiono durante la migrazione. Dei 25.800 bambini registrati, circa la metà non si trova più.

“Se andate a Roma, Milano, Torino – città italiane dove ci sono molti immigrati – vedi gli adulti nelle piazze e nelle strade, ma non vedi i bambini”, afferma Franco Frattini, ex ministro degli Esteri italiano. “Dove sono? Spariscono”.
Lo scorso anno, l’Ufficio europeo di polizia Europol, ha avvertito che 10.000 bambini  entrati in Europa nel 2015 sono scomparsi. Ma Delphine Moralis, segretario generale del Missing Children Europe, afferma di credere che i numeri siano molto più alti. Ha sottolineato che le autorità italiane dichiarano che 28 bambini migranti scompaiono ogni giorno e in Germania ne sono svaniti 9.000. Che cosa succede loro? E perché sono così tanti i bambini che arrivano da soli in Europa?

LE RAGAZZE

Dopo che viene loro promesso lavoro come commesse, parrucchiere – anche cantanti – le giovani donne, alcune di meno di 13 anni, sono costrette alla prostituzione.
In una notte piovosa di dicembre, un uomo italiano tarchiato con un cappello di cerata sta portando 15 ragazze nigeriane per le strade di Torino ad ammirare le luci di Natale. Le ragazze cantano con voci armoniose, ridono, scherzano e meravigliate premono i nasi davanti la vetrina di un negozio di Gucci, dove borse fantastiche e costose vengono mostrate come opere d’arte.

Tra le voci delle ragazze ne emerge una un po’ meno sicura, ma quasi angelica nella sua purezza. Gloria, 17 anni, è arrivata quattro mesi fa e si è appena unità ad un coro di chiesa. Quando le viene chiesto cosa pensa dell’Italia, risponde: “È come…come…wow!”. Nonostante la loro esuberanza, c’è qualcosa di offuscato nei loro occhi. Ognuna di queste ragazze pensava di venire in Italia per iniziare un’emozionante nuova vita come “commessa” o “parrucchiera” o per un lavoro “nella moda” o anche come “cantante”, per inviare denaro alle loro riconoscenti famiglie a casa. Invece, sono state vendute come prostitute o schiave del sesso.

L’anno scorso, per la prima volta, i nigeriani sono stati il più grande gruppo arrivato via mare in Italia: 37.500 dei 180.000 migranti arrivati secondo l’International Organization for Migration (IOM). Di questi, più di 11.000 erano donne – un aumento di quasi otto volte rispetto al  2014 – e 3.000 erano bambini non accompagnati. Save the Children stima che più del 90% delle ragazze e delle donne nigeriane che entrano in Italia sono vittime della tratta della prostituzione. Non solo i numeri salgono ma le ragazze stanno diventando più giovani; alcune hanno solo 13 anni.

L’uomo che accompagna le ragazze attraverso le strade piovose di Torino è Alberto Massimo, 45 anni, ex chimico che frequentava spesso le donne che si prostituivano ai margini della città con i suoi amici. Diciotto anni fa, la sua vita è cambiata quando ha incontrato una prostituta chiamata Princess Inyang Okokon. “Mi piaceva quindi dopo aver fatto sesso le ho chiesto se le andava di fare una passeggiata nel parco il giorno dopo”, dice. “Mi ha detto che non poteva a meno che non pagassi. Ho riso e detto che non ci sarebbe stato  sesso, ma lei mi spiegò  che la sua signora non la lasciava andare  fuori di casa a meno che non tornasse con il denaro. Mi resi conto che era una sorta di schiava”.

PRINCESS E ALBERTO

Princess aveva 24 anni e lavorava in un ristorante nello stato di Edo di Nigeria nel 1999 quando una donna vestita con eleganza entrò per comprare torte per il suo hotel. “Mi disse che ero una buona cuoca e avrei potuto avere una buona vita in Europa lavorando come chef e facendo un sacco di soldi”, dice.
La donna ha così invitato Princess e il suo fidanzato a trascorrere il Natale nel suo hotel, le ha detto che avrebbe organizzato tutto e che Princess avrebbe potuto ripagarla  solo dopo aver guadagnato. Il conto sarebbe stato di 45.000$.

“Sono stata violentata da cinque ragazzi nel deserto, imprigionata e picchiata con un tubo”. “Non sapevo a quanto ammontasse quella cifra perché la nostra moneta, la naira, era sempre in migliaia”, racconta Princess. “Ero così felice che questa donna intelligente volesse aiutarmi e anche la mia famiglia era felice. Ho lasciato a casa il mio fidanzato e tre figli, e ho pensato che avrei subito restituito i soldi”.
La donna ha organizzato il suo volo a Heathrow con altre due ragazze e le ha istruite a chiedere asilo dicendo che erano dalla Sierra Leone, nel bel mezzo di una guerra civile all’epoca. Dopo cinque giorni furono mandate da Londra a Torino, dove Princess fu consegnata a una maman che la vestì con vestiti scadenti e la mandò per strada con le altre ragazze. Era così spaventata da aver trascorso la prima notte nascosta dietro un cassonetto della spazzatura, piangendo.

“Non avevo idea che in Italia ci fossero donne che comprano le ragazze come una merce”, racconta. “Dovevamo pagare l’affitto e se commettevamo un errore, come rimanere incinta, dovevamo pagare altri 5.000 dollari, quindi il debito continuava a crescere. Quando mi sono lamentata, la signora mi disse : “Una volta che avrai pagato il tuo debito, ti insegnerò a comprare le ragazze e potrai fare un sacco di soldi come me”.
Il problema non era solo lavorare per strada. “La signora mi picchiava così violentemente con le sue scarpe con i tacchi che, una volta, mi ruppe il cranio e finii in ospedale”, dice. “Promisi a me stessa che avrei avuto la mia vendetta. Ma non potevo sfuggire perché non parlavo la lingua e non conoscevo nessuno”.

Fortunatamente, dopo sei mesi per strada, incontra Alberto, che parlava inglese ed era un “uomo di cuore”. Lui e i suoi amici raccolsero un po’ di soldi così Princess poteva fare a meno di lavorare mentre decidevano il da farsi. Alberto trovò un prete disposto ad aiutarla, ma lei gli disse: “Non voglio fuggire, voglio combatterli e impedire che la stessa cosa accada adaltre ragazze”. Il sacerdote le diede un ufficio in una città chiamata Asti, dove Alberto viveva, e le insegnò a parlare con le altre ragazze. Una volta che tutto fu pronto, scappò con altre quattro compagne.
I trafficanti cominciarono a mandarle messaggi, dicevano che le avrebbero fatto del male. (Prima di lasciare la Nigeria,  Princess aveva bevuto sangue animale in una cerimonia di voodoo per giurare che se non avesse rimborsato i soldi, la sua famiglia sarebbe stata uccisa).

Princess  coraggiosamente porta allora la sua maman in tribunale, dove viene condannata per sfruttamento della prostituzione e condannata a quattro anni di carcere. “Quando è stata rilasciata, mi ha fatto sapere che mi avrebbe uccisa” dice. “Ma se avessi lavorato per strada sarei morta comunque, quindi è meglio morire combattendo i trafficanti”.
Nel 2004 Princess e Alberto si sono sposati. Da allora hanno avuto una figlia insieme, e due dei figli nigeriani di Princess – ora cresciuti – si sono trasferiti in Italia. La loro organizzazione, Progetto Integrazione Accoglienza Migranti (Piam), riceve finanziamenti dal Governo italiano. Ha quattro case rifugio dentro e intorno a Asti e  colloca le ragazze nelle famiglie. Seguono corsi di lingua, di formazione professionale, come cuoche ad esempio, e viene data loro assistenza legale. Per la legge italiana, se una vittima denuncia il suo sfruttatore, ottiene un permesso di residenza di cinque anni. Come la storia di Princess dimostra, le reti criminali che portano le ragazze nigeriane in Italia come prostitute esistono da più di due decenni. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate. “In passato, le ragazze erano più vecchie, come me: le madri venivano in Europa per aiutare i loro figli a casa, perciò erano più in grado di combattere”, spiega Princess. “Ora, quasi la metà sono bambine loro stesse – anime innocenti di cui madri dovrebbero prendersi cura, e non viceversa. È sconvolgente vedere queste piccole creature sulla strada che vendono i loro corpi”.

Ora, invece dei voli verso l’Europa, vengono spedite via terra in Libia, in un viaggio da incubo durante il quale sono trattate come animali e violentate ripetutamente. Quando arrivano molte sono incinta, riportano danni fisici o sono positive all’ HIV e profondamente traumatizzate. “Piango ogni volta che sento le loro storie”, dice Princess.
Lei e Alberto hanno salvato più di 240 ragazze, ma sanno che è solo una goccia nell’oceano: una stima calcola che circa 40.000 prostitute in Italia sono nigeriane. Ho conosciuto alcune delle ragazze salvate recentemente in un rifugio nel paese di Monale, ai piedi delle Alpi. Otto nigeriane e un bambino condividono un appartamento sopra un asilo nido. La musica da ballo è in sottofondo, il televisore in cucina è sintonizzato su video musicali, una selezione di extensions per capelli è poggiata sul tavolo, e le ragazze stanno sdraiate sul divano comunicando con i loro telefoni tramite Snapchat o WhatsApp con i parenti a casa.

“VORREI DIRE ALLE RAGAZZE CHE SONO RIMASTE A CASA DI NON VENIRE IN EUROPA”

L’ultima arrivata, Becky, 16 anni, si è trasferita un mese fa. È incredibilmente luminosa, piegata sul letto con i capelli ricci, una maglietta nera e dei pantaloncini rossi, mentre mi racconta la sua storia.
Come la maggior parte delle compagne, viene dallo stato di Edo in Nigeria e ha dovuto abbandonare la  scuola a 14 anni perché la sua famiglia non poteva permettersi di pagare le tasse scolastiche. I suoi genitori erano morti quando era piccola, per cui era cresciuta da una “zia” per la quale badava alla casa. “Le cose erano molto difficili”, mi dice. “Un giorno, un amico della zia mi violentò, ma lei non mi credette. Poi un giorno una delle sue figlie tornò dall’Europa e mi disse che se fossi andata lì sarei potuta andare a scuola, che c’erano tante opportunità di lavoro e potevo realizzare i miei sogni. Non vedevo altra alternativa che partire”.
Il primo shock fu il viaggio. Lei e tre altre ragazze furono stipate in un camion instabile con altre 40 persone per attraversare 3.000 miglia di deserto attraverso Niger e Libia. Molti cadevano dal camion e morivano durante il viaggio. Ma non era tutto. “Di notte, la maggior parte dei conducenti si apparta e chiede che gli vengano portate delle ragazze”, dice Becky. “Se dici no, ti uccidono. E nessuno gli farebbe niente”.

Ma non era ancora la fine dell’incubo. Arrivata in Libia, fu tenuta in un “centro di raccolta” per un mese, dove fu nuovamente violentata. Il centro fu assaltato e le ragazze furono portate in un lurido centro di detenzione per due mesi dove venivano continuamente violentate.
“Ero incinta quando uscii e mi diedero dei farmaci per abortire”, dice. A quel punto, voleva tornare indietro. “Il mio sogno europeo non valeva l’inferno che stavo passando. Dissi  ad una donna che volevo tornare indietro ma mi rispose che avevano già pagato i trafficanti per la mia traversata”.
Becky fu caricata su un  gommone scassato così pieno di persone che alcuni Gambiani a bordo buttarono tre ragazze in acqua. “C’era una donna incinta così spaventata che andò in travaglio e morì”. Dopo una notte e una giornata in mare furono salvati e portati in un centro nella città siciliana di Siracusa. A Becky era stato dato un numero da chiamare all’arrivo. “Mi raccomandarono di dire che avevo 20 anni in modo da poter lasciare il campo e andare a Palermo”.

“Questo è tipico”, dice Francesca Bocchino, capo della protezione dei minori per Save the Children in Italia. “Arriva una barca in cui tutte le ragazze nigeriane dicono che hanno 20 anni, un’altra dove tutte dicono di averne 21 – ovviamente è stato detto loro cosa dire. Quindi queste adolescenti vengono messe in un centro di accoglienza per  adulti dove si lavano, ottengono vestiti asciutti e poi partono. È chiaro che c’è un’organizzazione dietro di loro. Raggiungono l’Italia e scompaiono perché sanno che c’è una persona che li aspetta. Le perdiamo di vista nel giro di un paio d’ore. ”
Sottolinea che il numero totale di minori non accompagnati che arrivano in Italia è ancora più alto di quanto riportano le statistiche ufficiali perché le ragazze nigeriane affermano di essere adulte. “Penso che le stime siano basse, anche le sparizioni sono sottovalutate”.

Becky fu  portata in una casa dove c’erano altre due ragazze. “Il secondo giorno, la maman mi disse di vestirmi e di seguirla per  strada. Protestai: “Non è quello che mi è stato detto”, ma lei rispose “Devi farlo per restituire i 35.000 euro del tuo debito.” Le altre ragazze guadagnavano 200 – 300 euro a notte se erano fortunate. Io non  guadagnai niente”.
Alla fine incontrò un uomo nigeriano e gli chiese di aiutarla a tornare nel campo a Siracusa. Lì confessò la sua vera età – 15 anni. “La maman continuava a chiamarmi e avevo paura per la mia vita. Anche dopo aver cambiato numero continuava a chiamare per dirmi: “Ti sto seguendo”.
Solo una volta trasferita ad Asti, Becky ha inziato a sentirsi al sicuro. Ha iniziato le lezioni di italiano ed era entusiasta di vedere la sua prima neve. “Voglio solo vivere come un essere umano normale”, dice.
Mi mostra un messaggio WhatsApp sul suo telefono da un amico della Nigeria che era stato costretto a lasciare la scuola per motivi finanziari e invidiava Becky. “Non pregare di essere come me”, gli ha risposto lei. “Vorrei dire a tutte le ragazze a casa di non venire in Europa”.

JENNIFER

Nella stanza accanto, Jennifer, 18 anni, agita la sua massa di riccioli e si guarda in uno specchio come se non avesse una preoccupazione al mondo. Incredibilmente bella, anche lei, come Becky, è arrivata in Italia a 15 anni. “Ho lasciato la scuola a 11 anni perché la mia mamma non poteva pagare”, dice. “Mio padre era scomparso e aiutavo mia mamma a portare acqua sulla testa e  a vendere lattine ai conducenti di camion al lato della strada per nutrire i miei quattro fratelli e sorelle. Poi la mia mamma sposò un altro uomo e mi diede l’idea di venire in Europa. Avrei fatto qualsiasi cosa per rendere felice la mia famiglia, specialmente la mia mamma. L’uomo mi presentò a una donna che mi disse: ‘L’Europa significa vita libera, puoi fare quello che vuoi’. Pagò tutto. Ero così felice. Ma quando arrivai le cose erano ben diverse.”
Come Becky, il viaggio di Jennifer attraverso il Niger e la Libia su un camion fu estremamente drammatico. “Sono stata violentata da cinque ragazzi in mezzo al deserto e poi portata in una casa a Tripoli dove gli uomini cercavano tutti di violentarmi. Poi, dopo alcuni mesi, mi portarono in un campo in cui circa 100 persone stavano aspettando una barca, ma la  polizia lo sequestrò quindi sono finita in prigione, dove venivo picchiata ogni giorno per sei mesi con un tubo di gomma”. Si toglie le scarpe e mi mostra le cicatrici sulle gambe.

Jennifer fu liberata, poi di nuovo imprigionata e poi picchiata con ancora più violenza. “Ogni volta che ho pensato che le cose non potessero peggiorare, sono peggiorate”. Infine, fu messa su una barca assieme ad altre 500 persone. La difficile traversata li fece ammalare tutti finché non furono salvati e portati in Sicilia, poi a Milano.
“Dichiarai di avere 24 anni, perché mi era stato suggerito di dire così”, dice. “In realtà avevo 16 anni. Chiamai il numero che mi era stato dato in Nigeria e mi portarono a casa di una maman. Ogni sera intorno alle sei andavo in strada. Mi diceva se non lavori, non mangi. “Alcuni giorni, guadagnavo 100 o 200 euro, ma poi c’era da pagare l’affitto, le bollette e gli abiti,  e il debito cresceva oltre i 45.000 euro che mi aveva addebitato per il viaggio. Ci volevano anni per rimborsare tutto e avevo paura di stare per strada”.

Aveva anche paura di fuggire. Come tutte le ragazze, anche lei era stata sottoposta a una cerimonia voodoo prima di lasciare la Nigeria, che prevede di bere sangue animale, mangiare un fegato di pollo crudo e giurare di ripagare il debito, pena la morte. “Avevo paura che se rompevo il giuramento sarebbe accaduto qualcosa alla mia mamma”, dice. “Alla fine però non ce l’ho più fatta”. Dopo sette mesi per strada, è riuscita a scappare e tornare in un centro. Viene trasferita a Perugia e poi a Milano prima di arrivare al rifugio. “Qui sono così felice”, dice. “Mi sento al sicuro con Princess e con Alberto e spero di trovare un lavoro”.
Aveva ragione ad essere preoccupata per la sua famiglia. Dopo la sua fuga, il trafficante ha mandato qualcuno a picchiare la madre. Un’altra ragazza nel rifugio, Rejoice, mi ha raccontato che i trafficanti a febbraio scorso si sono presentati a casa di sua madre per picchiare lei e la figlia che aveva lasciato in Nigeria, rompendole il braccio, poi in luglio sono tornati a bruciare tutto. Sul divano è stesa Osas, senza parole. Più tardi ho scoperto che suo padre era stato avvelenato. “Abbiamo tutte pianto molto, ci sono state molte lacrime, un sacco di dolore”, dice Jennifer.

TRAFFICO DI ESSERI UMANI

“Molte delle ragazze sono provate psicologicamente e non dormono”, dice Princess. Un giorno, mentre eravamo nella sua auto dirette ad un rifugio ha ricevuto una chiamata da una ragazza collocata presso una famiglia che stava minacciando il suicidio perché era incinta dopo essere stata violentata in Libia. “Che cosa dirò al bambino?” implorava la ragazza. Anche Princess riceve telefonate minacciose. Il traffico è un grande affare che coinvolge bande criminali come Black Axe, un gruppo nigeriano che lavora con la mafia siciliana con una reputazione orribile. Lo scorso novembre, 17 presunti membri sono stati arrestati in un blitz a Palermo. Oltre a parlare con le ragazze per le strade, cercando di convincerle a lasciare la loro maman, Princess va anche in Sicilia nei centri di accoglienza per cercare di salvare le ragazze prima che gli sfruttatori  le incontrino. Ma secondo Save the Children, i trafficanti o le maman spesso hanno informatori all’interno dei centri.

“E’ da un anno che sto dicendo che la crisi dei migranti si sta trasformando in una crisi di sfruttamento”, dice Kevin Hyland, primo commissario anti-schiavitù del Regno Unito. “Se guardiamo i numeri, non abbiamo una crisi migranti, abbiamo un’emergenza di traffico di esseri umani”. Una recente relazione dell’IOM, che ha intervistato 1.400 migranti in Italia l’estate scorsa, ha scoperto che il 75% era stato oggetto di traffico o di sfruttamento; il 6% ha detto di sapere di persone che erano state avvicinate durante i loro viaggi da qualcuno che offriva contanti in cambio di organi o parti del corpo. “L’aumento delle persone migranti ha creato un mercato perfetto per questi criminali e la comunità internazionale resta in attesa, a guardare”, dice Hyland. “Sappiamo che ci sono case in Libia con migliaia di donne e ragazze e ci sono persone che trasportano le ragazze al ritmo di migliaia in un mese e guadagnano una fortuna assoluta, e nessuno li persegue. Se usassero gli stessi percorsi per portare l’eroina o la cocaina, la comunità internazionale non darebbe loro tregua”. Alcune ragazze finiscono nel Regno Unito. “Sappiamo che ci sono collegamenti tra la Nigeria e il Regno Unito”, dice Hyland. “Ci sono maman a Manchester, Birmingham o Londra che faranno una chiamata per dire, ‘ho bisogno di ragazze'”.
La polizia britannica è riuscita recentemente a sgominare una rete di criminali, catturando una maman di 38 anni a Edo in un’operazione congiunta con le forze dell’ordine nigeriane. È stata condannata in agosto a 22 anni per aver portato le ragazze nigeriane a Heathrow.

LAMPEDUSA

Le lunghe distanze che le ragazze percorrono per il sogno di una nuova vita diventano chiare sulla piccola isola di Lampedusa, un piccolo pezzo d’Italia che è diventato la porta d’Europa per molti migranti in quanto è più vicino all’Africa che all’Europa continentale. La ginecologa Helena Rodriguez ha trascorso sei anni a lavorare presso la clinica dell’isola, da dove ha osservato lo svilupparsi della crisi.
“Tante ragazze sono passate da qui,” sospira. La mattina che la incontriamo, sta esaminando due giovani ragazze nigeriane che hanno paura di essere destinate alle strade. Una, Christabel, ha avuto un aborto spontaneo e dice di aver lasciato lo stato di Edo perché la sua famiglia l’aveva ceduta come “assistente” a un governatore tradizionale, una vita di servitù, poi qualcuno si è offerto di aiutarla ad attraversare il “grande fiume” per arrivare in Europa.
“Non capiscono nemmeno che è un mare”, dice Rodriguez. “Questo è tipico – dicono tutti:” Non sappiamo come siamo arrivati ​​qui. “La polizia capisce che qualcosa è accaduto. A volte le ragazze piangono, dicono che sono state violentate. Ad altre lo puoi leggere negli occhi. Alcune sono molto magre e raccontano di essere state tenute in carcere per mesi come gli animali”.
Oltre alle nigeriane, molte delle ragazze che lei vede vengono dall’Eritrea – 3.714 bambini eritrei sono arrivati in Italia l’anno scorso, il più grande numero di bambini non accompagnati di qualsiasi Paese. Fuggono dalla dittatura per evitare la coscrizione forzata in un esercito che molti poi non lasceranno più.

Rodriguez mi racconta una storia orrenda. “Molte delle ragazze adolescenti hanno ricevuto iniezioni per indurre la menopausa. Sanno che molto probabilmente saranno violentate durante il viaggio, quindi si iniettano il Depo-Provera in Etiopia per non rimanere incinta non rendendosi conto degli effetti a lungo termine “, spiega. “È terribile. Ha una dose molto elevata di progesterone: arresta le mestruazioni, ma è come la menopausa precoce e provoca molti pericolosi cambiamenti fisici, come l’infertilità e problemi psicologici come la depressione. Lo vediamo spesso”.
Eppure lei dice che capisce la loro disperazione. “Sono anche io una rifugiata”, racconta. Nata a Cuba, ha sposato un pediatra dello Yemen con cui ha avuto due figli. Dopo il trasferimento in Yemen fu costretta a indossare lo hijab mentre il marito prese un’altra moglie e fece un altro figlio. “Ci sono voluti 15 anni per scappare”, dice. Infine, 10 anni fa lei e i suoi figli arrivarono in Italia. “Per me la cosa più importante era mia figlia, che era allora aveva nove anni. Quando siamo arrivate ​​in Italia giocava nel parco e cantava: ‘Sono libera, sono libera’. Questa è stata la cosa più bella per me”.

I RAGAZZI

Il lavoro forzato e il traffico di organi sono tra i terribili abusi che attendono adolescenti e bambini che pagano i trafficanti per portarli in Europa da Eritrea, Sudan, Siria, Iraq, Somalia – e ora Egitto.
Nel profondo sud della Sicilia meridionale, Salemi si vanta di essere il primo capoluogo dell’Italia unita – un titolo che ha tenuto per un giorno solo nel 1860 quando Giuseppe Garibaldi si proclamò lì sovrano. Nel corso dei secoli ha subito invasioni da romani, vandali, goti e arabi che le hanno dato il nome, che significa pace.
Nell’ultimo anno la pace è stata messa alla prova poiché la piccola città ha sperimentato un nuovo flusso – centinaia di migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Tra loro, vestito con jeans strappati e una maglietta, c’è Dahi, 15 anni, che ha tutta la noncuranza tipica di un adolescente.

Fa parte di un nuovo fenomeno del percorso migratorio. Le nigeriane non sono l’unica ragione dell’aumento dei bambini non accompagnati che arrivano in Europa. L’anno scorso c’è stato anche un aumento di 10 volte di giovanissimi egiziani, che cercano una vita migliore. Mentre l’attenzione sul traffico di migranti si concentrava in Libia, un mercato parallelo è cresciuto tranquillamente in Egitto, anche se il viaggio è molto più lungo. Originariamente era utilizzato dai siriani, poi dai sudanesi e dai somali, ma in questi giorni molti giovani egiziani stanno facendo questo viaggio.
“In Egitto c’è molto poco lavoro, specialmente per i giovani, e la gente non riesce ad avere cibo a sufficienza” spiega Dahi che è partito dal suo villaggio un anno fa. Primo di tre figli, ha lasciato la scuola a 12 anni per lavorare come imbianchino con uno zio. “Aveva vissuto 12 anni in Francia e mi parlava sempre dell’Europa”, dice. “Sentivamo parlare di un ragazzo che era arrivato in Italia e stava mandando denaro, quindi decisi di andare e cambiare la mia vita”.
Il padre di Dahi non ne fu contento. Mi disse:” Rischierai la tua vita nel mare”, ma io risposi con l’aiuto di Dio ce la farò”.
“Tutti sanno chi contattare” spiega Dahi. Un contatto gliene ha passato un altro per organizzare il viaggio. Il prezzo era di 3.000 euro – più di quanto  guadagna suo padre in un anno di  lavoro in fabbrica. “Mio padre ha stipulato un contratto di due anni e mezzo per pagare questa somma “, racconta.
Dahi e un amico, che stava facendo il viaggio con lui,  ricevettero un numero di telefono e l’indicazione di andare ad Alessandria. Da lì furono portati in montagna. “Lì arrivò un altro gruppo armato e disse che avrei dovuto pagare altre 5.000 sterline [egiziane] o mi avrebbero ucciso. Hanno preso i nostri soldi, i nostri telefoni e tutto”.

A causa dello stretto controllo dello Stato, in Egitto, il traffico di persone è più facilmente individuabile rispetto a quello in Libia. I ragazzi e altre 14 persone furono portati in mare con una lancia da cui sono stati trasferiti su una barca di legno molto più grande contenente circa 300 persone. “Alcune persone fanno il viaggio in cinque giorni ma era l’inizio della stagione fredda e le onde erano alte, quindi il nostro viaggio ha impiegato 13 giorni”, dice Dahi. “Ci hanno dato un mezzo panino ogni giorno e una tazza d’acqua così sporca che la filtravamo attraverso le nostre magliette. La barca era sbilanciata e  i trafficanti continuavano a picchiare le persone con un cavo per farle passare da un lato all’altro della barca”. “Pensavamo che saremmo morti”, aggiunge, mostrando una cicatrice sul piede sinistro. “Un uomo continuava a gridare ‘mio Dio!’”. Finalmente però giunse la guardia costiera italiana e furono salvati e portati in Sicilia. “Dissi di avere 14 anni. Avevamo sentito dire che gli egiziani oltre i 18 anni sarebbero stati rimandati indietro, così molti fuggirono”.

I bambini migranti dovrebbero trascorrere un massimo di 90 giorni in un centro di accoglienza prima di essere trasferiti in una comunità, ma le autorità italiane sono sovraccaricate, per cui spesso i bambini sono tenuti nei centri molto più a lungo. Dahi è stato in un centro di accoglienza per sei mesi, durante i quali altri ragazzi sono fuggiti in città per cercare di guadagnare denaro. Ora vive con altri 16 ragazzi africani in una casa di comunità a Salemi. È un luogo soleggiato su una collina, con vista sul castello normanno e sugli oliveti circostanti. C’è una sala TV al piano di sopra, una stanza di lavoro e un ufficio dove i ragazzi si incontrano con un assistente sociale e uno psicologo.

LAVORI FORZATI

“Quando i ragazzi scendono dalle barche, non dormono, hanno incubi”, spiega Leonarda Ardagma, che gestisce la casa. “Più sono giovani peggio è. Puoi scommettere che hanno attraversato cose terribili”. I ragazzi vanno alla scuola locale dove ogni classe ha un insegnante specifico per aiutare i migranti. “Mi piace, non ci picchiano come gli insegnanti in Egitto”, dice Dahi. “Voglio imparare l’italiano, poi, quando avrò 18 anni, troverò un lavoro in edilizia e invierò i soldi a casa per rimborsare mio padre e aiutare i miei fratelli”. La popolazione locale non è sempre amichevole. Ardagma sottolinea che Salemi è una piccola città di 8.000 abitanti che si è vista arrivare improvvisamente 400 immigrati adulti, più bambini. “La popolazione non era preparata”, dice. “Non è successo niente ma c’è risentimento”.
Dahi se la passa molto meglio di quelli con cui è arrivato e che avevano bisogno di trovare rapidamente denaro. La maggior parte dei ragazzi egiziani lascia i servizi di accoglienza in pochi giorni per raggiungere le città dell’Italia settentrionale o centrale – soprattutto Roma, Milano o Torino – dove cercano di guadagnare soldi da mandare a casa o di trasferirsi in altri paesi europei come Francia, Germania, Paesi Bassi o Regno Unito. Altri vengono costretti tramite la mafia a fare lavori forzati: raccogliere arance e verdure nei campi, guadagnando solo 1 euro al giorno e dormendo in container o lavorando nei mercati di Milano e Roma. Alcuni finiscono nelle mani dei pedofili. Ci sono anche denunce di ragazzi rapiti e uccisi per i loro organi.

“I ragazzi egiziani sono i più presenti nello sfruttamento lavorativo”, afferma Francesca Bocchino, responsabile della protezione dei minori. “È diverso rispetto alle minori nigeriane, che finiscono nella tratta sin dall’inizio. I ragazzi egiziani hanno un sogno, ma quando arrivano in Italia vedono che non è come immaginano. Finiscono nel mercato del sesso perché è l’unico modo di ottenere i soldi per attraversare i confini. Non vogliono raccontare alla famiglia la loro cattiva esperienza perché le famiglie hanno spesso sacrificato molto per mandarli in Italia”.

LE RAGAZZE E I RAGAZZI SCOMPARSI

25.800 migranti non accompagnati sono arrivati in Italia solo l’anno scorso. Circa la metà sono scomparsi. È un’accusa triste, per un continente ricco, il fatto che per la maggior parte dei bambini che fuggono dalla guerra, dalla persecuzione o dalla povertà, l’Europa non significHI la fine delle loro sofferenze. “L’Europa dovrebbe essere un rifugio, ma qui subiscono ulteriori danni”, afferma Delphine Moralis, segretario generale della Missing Children Europe, un’organizzazione “ombrello” per le ONG. “In uno dei centri in cui lavoro in Belgio, l’80% dei ragazzi afgani sono stati sfruttati sessualmente durante il viaggio e gran parte di ciò accade in Europa”.
Essendo il principale punto di approdo, l’Italia ospita attualmente 176.000 rifugiati e migranti. Il sistema è sovraccarico e non ha capacità sufficiente per tutti gli adulti, per non parlare di tutti i bambini, molti dei quali cadono nelle mani dei trafficanti. I minori dovrebbero essere tenuti negli hotspot affollati di prima accoglienza ​​per soli due giorni prima di essere trasferiti in un centro adatto, ma nei centri siciliani come quelli di Trapani e Pozzallo, i bambini rimangono per tre o quattro settimane con gli adulti, e si segnalano casi di ulteriori molestie sessuali.
L’Italia e la Grecia – l’altro punto di ingresso in Europa – sono gravemente oberate perché le altre nazioni dell’UE non sono riuscite a mantenere il loro impegno del 2015 di trasferire 160.000 profughi dai centri dei due Paesi entro settembre di quest’anno. Finora poco più di 8.000 sono stati trasferiti. Solo 171 bambini non accompagnati sono stati trasferiti dalla Grecia (di cui 100 sono stati separati dalle loro famiglie nel viaggio) e solo uno dall’Italia. “Migliaia di bambini sono  lasciati a marcire o a cadere nelle mani dei trafficanti”, dice Moralis. “Non riesco più a guardare questi bambini negli occhi”.

Il Regno Unito si è tirato fuori dallo schema (per la Brexit ndr), ma ha accettato di farsi carico dei bambini non accompagnati nell’ambito dell’emendamento Dubs, approvato dal Parlamento la scorsa primavera, su sollecitazione di Lord Dubs, lui stesso un ex rifugiato bambino della Seconda Guerra Mondiale. Secondo l’Unicef, dei 30.000 bambini non accompagnati arrivati in Italia e in Grecia l’anno scorso, il Regno Unito ne ha presi solo otto per “ricongiungimento familiare”. Ma Dubs dice che nessuno è giunto dalla Grecia e dall’Italia sulla base del suo emendamento, il che secondo lui è “molto deludente”. Dalla Jungle di Calais, il Regno Unito ha preso 750 bambini – quasi la metà dei bambini non accompagnati del campo, e la maggior parte di loro per il ricongiungimento familiare.
Il sovraffollamento non è l’unico problema. Anche quando i bambini hanno una famiglia cui riunirsi in un altro posto in Europa, la burocrazia del ricongiungimento familiare è così lenta che molti finiscono per lasciare il sistema e cadere nelle mani dei trafficanti. Sorprendentemente, nessuno sa veramente quanti minori scompaiano o dove vadano.

“I BAMBINI SONO UN PROBLEMA, QUINDI SE SCOMPAIONO NESSUNO SE NE ACCORGE”

“Quando un bambino migrante non accompagnato scompare, spesso ciò non viene riportato”, dice Moralis. Anche se si stende una relazione, “c’è una mancanza completa di procedure e questo consente a una gran parte dei bambini di scomparire mentre noi abbiamo poche informazioni su cosa succede loro”. Trovo che ciò sia totalmente inaccettabile – questo è un problema risolvibile”. Una ricerca di Missing Children Europe suggerisce che i numeri potrebbero essere molto più alti dei 10.000 indicati da Europol. “Un nuovo report in Svezia dice che più di 1.800 minori erano scomparsi”, afferma Moralis. “In Ungheria e in Slovenia, l’Agenzia dei diritti fondamentali dell’UE ha segnalato che l’85%-95% dei bambini e adolescenti scompare entro un paio di giorni dall’arrivo. La Germania sostiene che più di 9.000 minori non si trovano più. Mi rifiuto di credere che le persone pensano che sia tutto ok “.
L’ex ministro degli Esteri italiano Franco Frattini sottolinea che questo non è un problema nuovo. Quando lavorava come commissario europeo per la giustizia dal 2004 al 2008, afferma di aver scoperto tre reti che sfruttano i bambini migranti – una per il traffico di organi, una rete di pedofilia internazionale e una per abusi sessuali su Internet. Nel 2006 ha ottenuto che l’UE pubblicasse una Carta dei Diritti per i Bambini, ma 10 anni dopo crede che “niente sia cambiato”.

“In realtà la situazione è peggiorata, ma l’Europa ha perso la sua anima e non la vede come una priorità”, dice. “Mafiosi e gruppi della criminalità organizzata sono penetrati nei centri di accoglienza e quando i bambini scompaiono, nessuno lo denuncia. I bambini vengono prostituiti nelle nostre strade e uccisi per venderne gli organisul mercato nero agli ospedali privati​​”.Una piccola buona notizia è la recente fine della dittatura del Gambia, da cui provengono tantissimi bambini migranti. Tuttavia, il “muslim ban” del Presidente Trump per le persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana sta già incoraggiando i partiti anti-migranti in Europa a chiedere blocchi simili.
“La triste realtà è che questi bambini rappresentano un problema, quindi se scompaiono, la gente non si preoccupa”, dice Frattini. “Ma il fatto è che lo status di un bambino – di tutti i bambini – è uno status vulnerabile. Bisogna cominciare da qui altrimenti l’Europa non è più l’Europa “.


Fonte: “I would tell any girls back home, don’t come to Europe”: Becky, 16
Traduzione di VALERIA TANCREDI

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Giornalista e scrittrice inglese. Corrispondente di guerra, attualmente si occupa di Affari Esteri per il Sunday Times. Ha lavorato per il Financial Times da Islamabad e Rio De Janeiro.