Per la gloria, non per la pecunia

 

Il mio ultimo lavoro è stato pagato alla consegna, circostanza che avrebbe del miracoloso, non fosse che per me questo aspetto non è più negoziabile e quindi non si è trattato di una contingenza inaspettata, di una grazia, ma di una volontà molto netta e molto terrena.

Se mai avessi voluto gridare al miracolo, comunque, ci ha pensato il mio committente a farmi cambiare idea molto in fretta, trasformando quella prestazione occasionale in un tempo indeterminato – ovviamente solo nella parte in cui io sono a disposizione 24 ore su 24 compresi i fine settimana e i festivi per rispondere a precise richieste quotidiane, e non in quella in cui anche l’editore fa la sua parte. Ma che dico, gli editori in Italia non fanno mai la loro parte.

Essendomi sottratta (come molti altri, leggerete spesso di imprenditori che offrono lavoro ma nessuno si presenta, «cercansi disperatamente» ma nessun giovane – inspiegabilmente – coglie l’occasione della vita) l’editore mi ha scritto una mail nella quale esprime tutto il suo fastidio (lo chiama proprio così, “fastidio”): «Ti ho chiesto scusa per averti scherzosamente e giocosamente detto “Se non finisci il lavoro per il… ti ammazzo” […] A nulla è valso per sentirti dire “va bene, grazie, scusami per la mia reazione” ed anzi mi hai offeso, dandomi di maschilista e di paternalista. […] Hai inoltre inteso il rapporto che si era instaurato tra noi – tutti noi operiamo senza prendere un soldo – come un rapporto economico, dove a fronte del denaro che ti abbiamo dato togliendolo dalle nostre tasche ci dovesse essere un certo numero di prestazioni e finito lì. Forse è stato un equivoco non chiarito, ma noi speravamo che la tua fosse una appassionata collaborazione […] Abbiamo faticato molto per tentare di trovare un “fornitore” che ti sostituisse e per fortuna ci sono state persone che, appassionate a quanto stiamo facendo “per la gloria” e non per la pecunia, ci hanno aiutato».

La prima regola è: non pretendete di essere pagati. La seconda regola è: non dovete mai pretendere di essere pagati. Ma la cosa forse più grave è che una rappresentante sindacale della categoria dei giornalisti messa in copia dal mio editore in quanto collaboratrice, “per la gloria e non per la pecunia” di quel progetto editoriale, non abbia avuto niente da dire, o ridire, a proposito del fatto che dovrei in buona sostanza vergognarmi d’aver ricevuto un compenso. Prendo dunque atto che per il sindacato un lavoro appassionato necessiti di non essere retribuito per potersi definire davvero tale e che non ci sia alcuna intenzione di censurare simili brutalità. Che infatti sono la norma.

Sono sicura che ognuno di voi – direttamente o indirettamente, per averle vissute sulla propria pelle o attraverso i racconti di una propria amica, una figlia, o un fratello – viva situazioni simili, ognuno nel proprio campo. Vi racconto comunque questa storia perché l’impresa culturale che con questa rivista cerchiamo di realizzare ha senso solo se oltre ad informarvi e offrirvi strumenti per comprendere cosa accade nel mondo, si occupa anche di se stessa; delle vite degli altri ma a partire da quelle dei propri collaboratori. Le due cose non sono distinte, come in vasi comunicanti si influenzano a vicenda: la qualità di questo giornale dipende dalla capacità di mettere le persone che ci lavorano nella condizione di fare seriamente e dignitosamente il loro lavoro. Non solo: di recente una collega mi parlava di un ragazzo che lamenta di dover rispondere alle richieste illegittime del suo datore per non perdere il posto. «Ma non se la sente di denunciare perché non vuole ritrovarsi in mezzo ad una strada». Questa cosa mi ha fatto molto riflettere sulla necessità e sull’urgenza di spiegarvi che i giornalisti che ci aiutano a ideare e scrivere questa nostra rivista hanno tutti un’idea intima, personale, affatto vaga, di quanto questa crisi economica sia costata e continui a costare.

Ci sono esperienze editoriali che nascono con la pretesa di occuparsi degli ultimi ma lo fanno da posizioni molto avanzate. Esperienze aperte a tutti che in realtà sono a numero chiuso. Ex vicedirettori a quattro zeri che aprono le loro porte esclusivamente ad amici pensionati, o giovani già impiegati, i quali possono contribuire “per la gloria e non per la pecunia” perché tanto un modo per sopravvivere lo hanno già trovato. Persone che ti chiedono di salire a bordo, ma la macchina devi metterla tu a disposizione, e devi anche fare il pieno, perché altrimenti non parte e se non parte non possono portarti, con la tua macchina e la tua benzina, dove desideri arrivare. Questo tipo di operazione è fragile, perché non è credibile. E’ talmente poco credibile che a poche ore dal lancio del nuovo sito che si autoproclama erede unico “dell’informazione della sinistra” si cade nella trappola delle notizie truffa: «un numero impressionante di visite ha fatto saltare il nostro server». Talmente impressionante che per non demotivare i concorrenti e non spaventare i lettori viene taciuto. Questa storia che per fare un giornale nel 2017 basta acquistare un dominio su internet deve finire. E’ diseducativa ed è vecchia di dieci anni. Questa storia che per fare un giornale basta chiamare a raccolta grandi firme non più in età lavorativa dovrebbe creare almeno qualche imbarazzo. Perchè il motivo principale per cui ci si rivolge unicamente a quelle firme non è da ricercare nella qualità, indiscutibile e sempre- sempre – preziosa dei loro contributi ma nel fatto che queste persone possano permettersi di lavorare gratis. Questa storia dovrebbe semplicemente finire.

Classe 1982, laureata in Culture e Diritti Umani, facoltà di Scienze Politiche Bologna, con una tesi sul concetto di egemonia in Antonio Gramsci. E' diventata giornalista a l'Unità, ha scritto per Il Salvagente, Pagina99, l'Unione Sarda e l'Espresso. Autrice di due romanzi, «Nessuna Paura» e «Good Resurrection», è tra i curatori di una ricerca su «Homelessness e persone LGBT» commissionata da Avvocato di Strada Onlus. Nel 2006 ha condotto uno studio sui flussi migratori presso l'Universidade Nova de Lisboa. Nell'inverno del 2013 è stata operatrice in un dormitorio di bassa soglia attivo nell'ambito del Piano Freddo.