Il mondiale mancato

L’Italia è fuori dai mondiali. Non agli ottavi per un fischio di Moreno, non in finale per qualche rigore sparato alto, e nemmeno al primo turno contro squadre alla portata. No, proprio senza vedere la Russia manco col binocolo: per la seconda volta nella storia – la terza se si include la mancata iscrizione al pionieristico torneo di Uruguay 1930 – cala la mannaia in fase eliminatoria. Là fu l’Irlanda del Nord con qualche ruvido calcione al whisky a spazzare via l’azzurra degli oriundi, qua è la Svezia, un’autorete, un girone scontato e gravi falle di talento, organizzazione e lucidità a far perdere milionate a Sky e a Premium la prossima estate. Com’è, uscire dai mondiali? Chi tiferemo in Russia? Sliding doors che nel giorno più freddo dell’anno azzerano la pochescità di certe critiche, i cinquanta milioni di commissari tecnici, di parlamentari, di medici e scienziati, le ore buttate dai pizzaioli al lavoro per sfamare un Paese avido e arido, manco ripagati dal non vedere la partita. Sacrifici vani, come la carriera di Buffon praticamente chiusa, la barba ispida di De Rossi incatenato al soglio, Jorginho fino a una settimana fa in bilico tra due nazioni d’eccellenza che esordisce dando indicazioni da veterano in favore di telecamera, a scuola da Sarri. Questa dipendenza da Jorginho creata e indotta in soli tre giorni è tipicamente italiana, del resto.

La telecronaca poco marziale di Rimedio (un nome, un menopeggio) manco lontanamente ricorda Martellini o Pizzul, e con Zenga che pare Enrico Ruggeri, diventa pure un po’ lunare: dice «la squadra deve trascinare il pubblico». Non era viceversa? Ma forse non meritiamo di più. Fischi per Ventura da San Siro. Prima della partita, voglio dire. Fischi all’inno svedese, fischi a tutto quello che non è nostrano, vincente, magari anche civile come la Svezia. Viene quasi da tifarla, davanti all’Italia di Ostia e del prossimo voto. Fischi ai figli di Lars, di Sven, di Jan, di Anders, da parte dei figli di. L’eterno white stripes, nei giorni del ritiro di Pirlo: “ah se c’era lui” è quotato 1.1 alla Snai e in svendita nelle bancarelle fuori dallo stadio. L’inno cantato da destra moderata, corte e non coorte. Immobile ieratico, la maschera di Bonucci serve a non spostare gli equilibri delle sue ossa facciali. In campo Gabbiadini, Jorginho, Florenzi: Ventura osa, ha coraggio. Magari solo ora. Svezia su due linee difensive, maglia gialla gialla che col blu blu fa un effetto assai televisivo sul campo verde verde, il rossonero dell’arbitro (rigore per il Milan?). Come a Solna, arrivano sempre prima loro sulla palla. L’attaccante italiano più vicino dalla porta avversaria le dista 40 metri almeno.

Milioni di birre vengono versate nei salotti, nei ritrovi, nei locali, al Bar Zagli tra i migliori. Sigarette nervose dove si può, imprecazioni, ci sono gli scettici e (sorpresa) sono le donne. Per la curva è sempre rigore, per Zenga anche, all’8° minuto il telecronista modera con aplomb da PPE. Diventa subito un corrida nervosa, c’è frenesia, Bonucci lancia di default anche ora che c’è Jorginho, gli svedesi pressano fino alla bandierina di casa. Florenzi schierato come lo vedeva Conte, imprevedibilmente da sinistra, calciatore totale se ce n’è uno. Gabbiadini -unico mancino- non viene fatto rientrare sul suo piede; anche la Svezia reclama un rigore di mano e un po’ ci sarebbe, né più né meno dell’altro. Parolo il vero incursore, prove di assedio spezzato. Al 15° Immobile sfonda l’esterno della rete, ma non vale. Jorginho c’è, come sui viadotti delle autostrade. La faccia dell’allenatore Andersson è per l’Italia quella del commissario UE al deficit, pronta la procedura d’infrazione. A Johansson salta il ginocchio, ma non è proprio Cristiano Ronaldo nella finale degli Europei. I nuovi ingressi sono fra i migliori, c’è chi dice che di una svolta antisenatoriale ci fosse bisogno e avrebbe potuto/dovuto essere anche più profonda, ma il referendum ormai è andato un anno fa. Mancano 70 minuti e siamo fuori.

Ammoniti i centrali juventini, l’arbitro è proprio rossonero. Il telecronista rende eroe Jorginho, storytella la sua narrazione, potrebbe approfittarne per lo ius soli. Non stiamo giocando contro il Brasile del ’70, è palese. Candreva spesso è libero, è lui l’uomo in più nel suo stadio. Gli svedesi la mettono sul fisico, noi dovremmo metterla sulla cucina. Immobile fa il vuoto e la mette in mezzo dalla linea di fondo al 26°, irrompe l’ala dell’Inter e calcia alto sopra una porta gremita come per l’apericena di Mastroianni e Anita Ekberg.s Il ginocchio di Bonucci, nuovo Enrico Toti, tiene in ansia il Paese. Senza di lui i topi atterrano e chiedono un altro rigore, ben addestrati alla guapparia mediterranea (Antinelli dice teatranti): il più quotato, col numero 10, viene ammonito. Leo dalla bocca sciacquata non ce la fa, si può mettere De Rossi a fare le salide lavolpiane e avere un uomo di più a centrocampo fra tanti polivalenti, ma il generale Ventura ha pochi secondi per decidersi: ne va del futuro, degli incassi, di un’estate italiana. Mezz’ora e non si segna. La Bonucci-cam lo inquadra mentre resiste col naso rotto e il ginocchio a pezzi, undici Candreva e la si vince. Sciorscigno o come dicevan tutti, Sor Cigno, Giorgino manco ci provano, signorsì signore. Viene nominato Claesson -il migliore dei suoi- e suona l’allarme in difesa: Bonucci è come giocare in dieci. Errori nei passaggi ben poco mundial, gli scandinavi non sono sprovveduti. Barzagli c’era già a Berlino, forse c’è da sempre, da quando si chiamava Gentile o Luisito Monti. “Sono loro stasera i migliori che abbiamo?”, chiede De André.

La risposta è dentro di noi, e però è sbagliata. Chi deve andare al bagno aspetta altri dieci minuti, come può. Sono sempre a terra, sempre a terra. Gabbiadini pare sparito dal gioco. L’ex genoano Granqvist, ora a fare miliardi proprio in Russia, sventa sulla linea il tracciante di Immobile sotto le gambe di Olsen al 39°. L’Italia sta uscendo dai mondiali contro la Svezia senza Ibrahimovic. Verticalizzare e badare al sodo, senza fare poesia. Olsen è l’uomo solo, Atlante contro undici satiri un po’ gattini, Chilavert contro ottantamila rabbiosi a intermittenza, ma non ha di che essere letto da Saba. Marca svedese di tv degli anni che furono, peraltro. Ci vorrebbero i tamburi ma negli stadi non li fanno quasi più portare. Immobile assist man per Parolo, anticipato. Colpo di testa del fante Bonucci senza paura, il suo numero sulla schiena non è dorato come i forzati del po-po-po, bensì un mezzo arzigogolo stondato dell’età pre-digitale. Florenzi in slalom, Olsen coi piedi à la Garella: l’Italia di fine frazione, di fine secolo, l’Italia millennial ha il suo tempo migliore. Segnare adesso sarebbe manna. Undici leoni, postula la gradinata, ma sono piuttosto UDC leoni, o undici leonardi feriti. Non si cerca l’uomo più vicino, tutti vogliono essere coloro che salvano la situazione come in una lista di sinistra. Un laser puntato sulla faccia di Ventura, «chissà che lo illumini» sogghigna il più perfido ringraziando Forsberg che non segna. Fischia la fine del primo tempo, fischia il vento e pure la bufera, i poggioli si popolano di tabagisti e di battute sfiduciate. Chi cambiare? Chi tenere? Chi siamo? Dove andiamo? Non in Russia, lo sapremo tra nemmeno un’ora.

Questa nazionale non piace quasi a nessuno, “non la tifo ma spero passi” è il mantra che corre sul filo di whatsapp. I discorsi di prima della Slovacchia, di prima del Costa Rica, di prima della Svezia. Che non è la Slovacchia, che non è il Costa Rica. L’intervallo non finisce più. Si parla solo dei rigori: in tv c’erano tutti, per me nessuno. Tutti promossi gli undici del primo tempo, avanti con pathos, ethos, Porthos e Aramis. Questo è rigore! Si alzano tutti, poi lo rivedi e ti resta un dubbio: Darmian prende una ginocchiata sullo sterno e cade in area, stavolta sì che c’era. Davvero. Candreva guarda il pallone e non alza la testa, manco quando crossa. Quattro sponsor sulle giacche a vento in panchina, di quegli asset emigrati a pagare meno tasse o sull’orlo della svendita ai capitani coraggiosi, sapore di Italia’90 e di Montezemolo eterno. Zenga dice che la Svezia non ha la qualità, e ti chiedi se ce l’abbia l’Italia. Cinque minuti e non c’è verso che entri, manco l’alibi di paratone esiziali si può annotare. La cravatta di Ventura è stretta come usa oggi, da anonimo usciere di sovrintendenza. La Svezia rallenta il gioco, Zenga è la versione in doppiopetto di Materazzi che insulta Bruno Cirillo. Al 52° Florenzi al volo sfiora il palo d’esterno, in pieno libro Cuore dagli Appennini agli Urali. L’Italia non ha un trequartista manco in riserva, in tribuna o sui divani. Entrerà Belotti, suggerisce Antinelli: un altro Gallo nel pollaio dell’area di rigore.

Mentre De Rossi l’ostiense s’incazza e qualcuno ha paura di una testata. Poi si alza dalla panchina e va a votare. Si scaldano tutti: magari in 14 contro 11 qualcosa succede. Al 55° è ancora zero a zero. Si aspetta Baggio contro la Nigeria. Bonucci si toglie la maschera, il coraggio è di Ventura che non lo toglie. E l’Italia, quando la toglie la maschera? Il primo coro col nome della nazione è al 60° minuto. “Togli ‘sto impiastro” lo pensano in tanti: escono Gabbiadini -l’impiastro, che sarebbe anche un po’ bravino- e Darmian, entrano Belotti ed El Shaarawy, il modulo è una variabile non importante. Ci sono zone del campo più popolate di uno slum di Calcutta, altre vuote come le tasche a fine mese. I minuti sono 65 e Dino Baggio non segna contro la Norvegia. Auto-traversa gialla, la fortuna nei 180 minuti va solo da una parte. Zenga pare proprio di stare al bar, svaccato e pagato lautamente per commenti che potrebbero fare tutti. Com’è andare fuori dai mondiali? Com’è subire goal da Caniggia di testa in uscita? La sensazione che non ci sia più uno schema, un ordine, una lucida organizzazione di gioco. Liberi tutti. E che tre pesanti difensori centrali per le due punticine svedesi siano pur troppi. Ormai al 2-0 sperano solo gli ottimisti del Foglio, se va bene giocheremo un’altra mezz’ora dopo il fischio.

La Svezia alleggerisce, ma non ha l’allure degli ABBA. Zenga finge di stare allenando, a Marassi ricordano bene come. Settanta minuti e niente, nemmeno una collezione di calci d’angolo da mostrare come fossero farfalle. Rohdén del Crotone, direttamente da una squadra di fantacalcio. Lui può andare ai mondiali e Insigne forse no, pensa com’è. Granqvist le spazza tutte, il pressing svedese è su Candreva, qualcuno si ricorda di dare la palla a Jorginho ma non a El Shaarawy: oriundi sì, seconda generazione no. Kim Jong Un li avrebbe già mandati in fonderia, nel migliore dei casi. La prima cosa seria detta da Zenga riguarda le posizioni di Immobile e Belotti al 75°, poco prima che venga annunciato Bernardeschi: toglierà Florenzi? No, Candreva. Uno vale l’altro o uno vale uno? Lo stadio è muto e Rimedio se ne accorge. “Io non ho speranza, io ho fede”, declamavano i Massimo Volume. Fatalismo, fatalità, porta fortuna.

Ma Bernardeschi non va a destra, a differenza del Paese. Giochiamo con tre o quattro ali sinistre, da là Chiellini spinge ma l’urlo resta strozzato in terzo anello. Ha senso mettere punte potenti e non agili o veloci contro una difesa piazzata e granitica? Si sentono i tifosi svedesi, che pregustano. O-t-t-a-n-t-e-s-i-m-o minuto e Paolo Rossi non segna col Brasile. Belotti cade, nessuno tira in porta, anche male. La Svezia in contropiede fa tutto come deve, come sa, come può, come vuole. Nessuno riceve notifiche su fb da un’ora. Al Meazza sono consapevoli che il loro nome verrà scritto nella storia, dopo quelli del Cinquantotto? Chi canta Mameli, chi come ha trovato, chi tutto sommato, ma il cielo è sempre più blu notte quando Parolo di testa impegna Olsen all’82°. I brividi per un fuorigioco nordico, che manco ha diritto al replay. Rimedio è rassegnato, la Svezia manco fa fatica, “aiutateci a crederci” ma Belotti calcia una scamorza lenta rasoterra sul fondo. Bonucci avrà il suo monumento al valore dalla stampa italiana.

El Shaarawy scaglia all’86° il primo tiro veramente potente ma Olsen dice no, solo cross come se in mezzo alla difesa ci fossero dei pigmei, Belotti addirittura sbaglia il tempo dell’elevazione e Parolo non può sostituirsi a lui. Com’è non giocare i mondiali? Mancano due minuti più recupero, e Cassano non segna con la Bulgaria. Melancholia sta arrivando. Mossa intelligente, giocare testa contro testa coi corazzieri del Palazzo Reale di Stoccolma, due metri per cristiano. «Ci bastano due cross bassi e tesi per trovare il goal», dice Zenga. «Ma vai in mona», dice l’Italia intera, ognuno nel suo dialetto. Fossi in Rimedio starei zitto fino a fine partita: solo le immagini, mute, come per le tragedie quelle vere. Altro rigore invocato, ma era una carambola. Si allargano le braccia. Il penultimo angolo è l’angolo del mondo, c’è anche Buffon, Jorginho calcia fuori. Tutto doveva succedere, niente sembrava possibile. Un imprevisto prevedibile, e la mente si fa labile. Ancora un corner. Dieci secondi. Ventura è seduto. Puff. Siamo fuori, come fiori dai balconi. Dentro e fuori piove un vento gelido. Al domani penseremo domani.