Il modello Equivalente nella risoluzione dei conflitti

Possiamo osservare quotidianamente, a tutte le latitudini, il dilagare della violenza in tutte le sue forme. La violenza fisica, parlando di guerra, ma anche di aggressioni e di abusi; la violenza razziale o religiosa, quando ci consideriamo maggiormente portatori di diritti rispetto ad altri; la violenza sessuale, intesa come il mancato ascolto dei bisogni di donne e uomini; la violenza psicologica, quando con l’atteggiamento o le parole, si porta qualcuno a soffrire; la violenza morale, quando impongo il mio modo di vivere ad altri. Siamo coscienti di vivere in un mondo violento. Ma quanto colleghiamo ciò che facciamo in prima persona con le atrocità dei nostri vicini?

Pat Patfoort, un’antropologa belga nota per aver sviluppato un metodo innovativo per la prevenzione e la gestione dei conflitti, studia queste connessioni attraverso il modello Maggiore-minore / Equivalente. Nel sistema Maggiore-minore le caratteristiche differenti (la pelle, il ruolo sociale, la religione, il carattere, l’aspetto fisico, la ricchezza) o i differenti punti di vista (io voglio, tu non vuoi) assumono un valore diverso. Si comincia a dividere e classificare caratteristiche, atteggiamenti e pensieri in buono-cattivo, giusto-sbagliato, bello-brutto, civile-incivile, sociale-asociale, corretto-scorretto, importante-banale. Lo stesso vocabolario sembra costruito secondo questo giudizio up-down che finisce col condensare il nostro pensiero in una logica bipolare, che si manifesta attraverso la comunicazione verbale e non verbale o le nostre scelte di vita. E proprio a partire da questo giudizio vediamo innescarsi dei meccanismi per cui la persona che viene attaccata (in posizione minore) reagisce attaccando, anche involontariamente. Si sviluppano insomma escalation di violenza, che possono iniziare con un gesto non verbale contro il lavavetri al semaforo e giungere molto più lontano, passando dalle parole per arrivare fino ad aggressioni fisiche e con oggetti. In questo quadro il ricorso ad un’“arma“, di qualsiasi tipo, rappresenta il livello più alto della curva della violenza in quanto impone una grande distanza nei confronti dell’altro, diminuendo maggiormente la percezione dell’umano (soldati dietro a un pc uccidono con un drone i nemici all’altro capo del pianeta). L’escalation coinvolge due individui o due gruppi e sembra non avere fine. Si può protrarre per tutta la vita, come tra un genitore e un figlio, oppure perdurare nei secoli, ad esempio tra Stati, ed è proprio dall’intersecarsi di questi meccanismi che contribuisco ad eventi anche lontani. Ogni essere umano, quando si sente realizzato nei suoi bisogni, reagisce con una disponibilità diversa e il suo cuore è più aperto agli altri. Per bisogni intendo non solo il cibo, il sesso, il sonno, ma anche la stima, l’autorealizzazione, l’affetto, la sicurezza. Ma se il mio interlocutore è troppo forte perché io possa rispondere al suo attacco, quell’energia con la quale avrei voluto uscire dalla mia posizione minore, si riverserà altrove. Ad esempio, quando sul luogo di studio o di lavoro vivo un’umiliazione o un’arrabbiatura e la sfogo poi con i familiari o con un passante. Ma se fossi un individuo debole ed emarginato, e non avessi la forza di reagire alla posizione Maggiore, se il dialogare con amici, genitori, formatori, non fosse sufficiente e mi relegasse ancora di più nell’isolamento, quell’energia potrebbe rivoltarsi contro il mio corpo, attraverso un meccanismo che chiamiamo interiorizzazione, e sfociare in malattie psicologiche, psicosomatiche, nelle dipendenze, fino in casi estremi al suicidio. Tuttavia, essere in posizione Maggiore o minore rispetto a qualcuno in realtà non è diverso. Entrambe le condizioni sono parte di una stessa dinamica, e la posizione minore diverrà presto Maggiore, oppure il contrario. Nel’Equivalenza invece si sviluppa la conoscenza di sé: approfondisco le mie sensazioni, cerco di chiarire i miei stati d’animo e i miei bisogni. Non parlo di uguaglianza, ma del fatto che in un conflitto o di fronte a divergenze, è possibile trovare soluzioni diverse, a volte più complesse ma anche più vere, partendo dai propri “perché” e da quelli dell’altro. Detto in poche parole, è accettare l’altro così com’è, comprendere il suo punto di vista (anche se è completamente differente dal nostro) ed essere capaci di comunicargli le proprie necessità senza ferirlo. Questi “perché” vengono chiamati dalla Patfoort «fondamenti»: troverò sicuramente una soluzione nonviolenta quando avrò dato una risposta soddisfacente a tutti i fondamenti di entrambe le parti in causa. Attraverso questo metodo posso elaborare ed agire ad ogni livello, cominciando dai punti di vista divergenti all’interno di me stesso, arrivando ai contrasti sul lavoro, in famiglia o nei gruppi di appartenenza fino ad affrontare i conflitti politici ed internazionali. Non interessa più chi vince o chi perde, ma si collabora per il benessere di tutti, costruendo un clima di fiducia che si fonda sull’interesse comune di uscire dalla violenza o di non perseguirla. Il conflitto iniziale viene dimenticato. Ci occupiamo insieme di incrementare “pezzi” di soluzioni potenziando la creatività di ognuno. E la soluzione esiste: è data dall’insieme delle soluzioni trovate per ogni singolo fondamento. A quel punto avremo sviluppato il dialogo, la nostra forza interiore, una maggiore conoscenza di sé stessi, l’umiltà, la comprensione, l’apprezzamento positivo (e cioè il riconoscere in noi e negli altri ciò che ci ha fatto piacere, riconoscere quindi lo sforzo intrapreso in una stessa direzione). Dalla teoria alla pratica, di seguito riportiamo alcuni esempi di formule che esprimono gli stessi concetti ma che possono suscitare reazioni molto diverse in chi ascolta. Nel primo caso possono dare potenzialmente inizio ad un meccanismo violento nell’ambito del modello Maggiore-minore, nel secondo instaurare una relazione di Equivalenza. L’esercizio consiste nel fare sempre riferimento a noi stessi e non all’altro, esplicitando stati d’animo, abitudini, credenze, desideri. Questi possono essere dei buoni punti di partenza per trovare risposte che non feriscano, e che avviino invece una collaborazione.

Tecnico dei servizi socio sanitari, si ispira all'Umanesimo Universalista. É formatrice del metodo M-m-E di Pat Patfoort per la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti.