L’incubo dei dreamers

 

Le storie sono decine, centinaia o migliaia. I Dreamers, i giovani cresciuti negli Stati Uniti ma entrati illegalmente nel Paese da bambini – e quindi non per loro responsabilità, volontà – e regolarizzati durante la presidenza Obama, sono almeno 700mila. Fanno i maestri, i militari, gli studenti universitari, i community organizer e altri mille lavori. C’è Areli, arrivata in Texas a 8 anni, che fa la professoressa di spagnolo in una high school. O Juan Escalante, divenuto un importante attivista per i diritti dei migranti, che di recente ha  ricevuto il terzo rinnovo del permesso ottenuto grazie al DreamAct, il cui destino, come quello degli altri 700mila è appeso alle scelte dell’amministrazione Trump e alle trattative avviate a metà settembre tra questa e la leadership democratica in Congresso. Allo stato attuale le autorità non accettano domande di rinnovo dei permessi in scadenza. Gli ultimi a poter rinnovare lo hanno fatto entro lo scorso 5 ottobre.
Il DremAct e le leggi sull’immigrazione sono un tema centrale della politica Usa da anni, tutti sanno e dicono quanto il sistema abbia bisogno di riforme, diversi tentativi bipartisan di scrivere una nuova legge sono stati fatti fin dagli anni di Bush junior, che sul tema si era speso molto, ma al momento di andare al voto non se ne fa nulla. L’ala dura repubblicana, sempre più dura e più grande, e la sinistra democratica, per ragioni opposte, fanno saltare il compromesso che prevede sempre regolarizzazioni, nuovi sistemi per i visti e più risorse e controlli lungo i confini.

Per rompere questo stallo, Obama aveva prima emanato il DreamAct, che appunto legalizzava le persone entrate minorenni negli Usa da almeno 4 anni, e poi tentato una strada più coraggiosa con un executive order (un decreto presidenziale) che regolarizzava quasi 5 milioni di persone. Questa seconda forzatura è però stata bloccata da una Corte federale e non se ne è fatto nulla. Poi è arrivato Trump con la sua retorica sui bad hombres, gli uomini cattivi che portano negli Stati Uniti crimine e distruzione.
Durante la campagna elettorale che lo ha visto vincere inaspettatamente, il presidente ha spesso usato toni tremendi nei confronti degli immigrati latinos (stupratori e spacciatori li ha chiamati) e promesso il famoso muro lungo il confine come soluzione finale al problema dell’immigrazione clandestina. Cattiva propaganda che ha funzionato in alcuni Stati alle prese con una forte pressione migratoria e problemi reali lungo the border o la frontera, a seconda del lato dal quale la si guarda (da cui, è vero, passano anche armi verso il Messico e droga verso gli Usa) e in posti dove gli immigrati non ci sono, ma dove evocarli alimenta paure irrazionali che sembrano essere una costante nelle scelte elettorali in questo periodo storico. Il West Virginia o il Wisconsin sono come i Lander dove vince l’AfD tedesco, o le contee dove stravince la Brexit: gli immigrati non ci sono o sono in numero ridotto.

La retorica sugli immigrati cattivi e sul muro da far pagare al governo messicano ha generato una serie di conseguenze. La prima è un precipitare delle relazioni con il grande Paese latinoamericano che vede un decimo dei propri cittadini vivere, studiare e lavorare negli Stati Uniti.

L’approccio al Messico ha alternato toni duri e strafottenti a paroline dolci e insincere (“abbiamo un grande rapporto con il Messico” tremendous, direbbe Alec Baldwin che inerpreta Trump al Saturday Night Life). Se per adesso i dreamers dovrebbero essersela cavata, tutti gli altri fanno una vita di inferno: gli ordini al Dipartimento della Homeland Security (il ministero degli Interni) è di intensificare le retate nelle comunità immigrate, mentre la retorica contro le città santuario, quelle nelle quali le autorità locali hanno promesso di proteggere gli immigrati irregolari dalle espulsioni, è stata durissima.   L’amministrazione ha anche minacciato di rispedire tutti gli irregolari presi mentre cercano di varcare i il confine messicano, in Messico. A prescindere dalla loro nazonalità. Ricorda un po’ gli accordi stilati da Minniti con le non-autorità libiche. la differenza è che il Messico non è d’accordo e che moltissimi tra coloro che cercano di passare dal deserto in questo preciso momento storico, sono minori o giovani provenienti da El Salvador, Guatemala e Nicaragua dove violenza delle bande criminali e povertà fanno a gara a rendere la vita dei giovani un inferno.

La verità, infatti, è che l’immigrazione clandestina dal Messico verso gli Stati Uniti è in calo drastico da quando, dopo il 2008, la crisi economica ha reso molto più difficile trovare lavoro, mentre l’economia messicana, bene o male, non si schiantava come quella statunitense. Dal 2007, picco massimo del numero di illegali residenti, al 2016 le presenze sono calate di circa un milione, mentre tra 2000 e 2007 erano salite di 4 milioni. Il numero di residenti illegalmente sul suolo Usa oggi è di poco superiore agli 11 milioni e la novità è che i messicani sono passati dall’essere il 57% al 51% del totale. Meno 800mila persone (tutte le stime sono del Pew Research Center). Parlare di invasione è quindi sbagliato sotto ogni aspetto. Il tema è piuttosto la crescita costante della popolazione ispanica, composta anche da immigrati centroamericani, da milioni di messicani eredi di coloro diventati cittadini dopo che gli Usa hanno vinto la guerra con il Messico nel 1849 (dopo “Alamo”, per chi ricorda il film in cui John Wayne interpretava Davy Crockett) e territori immensi sono passati a far parte dello stato federale – California, Nevada, Texas e Arizona, non uno scherzo. Poi ci sono i portoricani, i cubani esuli, i dominicani. Tutti fanno figli più dei bianchi e oggi (luglio 2016) i latinos sono 57 milioni, ovvero il 17,8% della poplazione totale. Dato che fa capire la crescita esponenziale di questa comunità è però un altro: ta 2015 e 2016 i cittadini ispanici sono aumentati di un milione e 131 mila unità, ovvero il 50% dei 2 milioni e 200mila nuovi nati o naturalizzati (dati del Census Bureau, l’Istat a stelle e strisce) e nel 2060 i latinos saranno quasi un terzo del totale (28%). Ed è così che probabilmente si spiega il successo della retorica anti messicana e anti immigrati di Trump: non sono gli immigrati a fare paura ma una popolazione bilingue che si mischia spesso, per forza di cose, con gli immigrati. Il passaggio successivo da tenere a mente è che il 63% degli ispanici cittadini americani sono di origine messicana. E che quindi, la retorica trumpiana fa infuriare una parte importante della popolazione statunitense, qualsiasi idea politica essa abbia. Male, in prospettiva, per il bianco e anziano partito repubblicano.

E il muro che le autorità messicane pagheranno? Per adesso le autorità hanno lanciato una gara d’appalto per la costruzione di prototipi della barriera. In teoria, visto che il presidente ha declamato più volte che il suo sarà un muro insormontabile “perché io so come si costruisce”, sarà lo stesso Trump a scegliere quale sarà il migliore. Vedremo. Al momento abbiamo solo due certezze: lungo i 3100 chilometri di confine esistono già circa 800 chilometri di barriere e la promessa elettorale è di costruirne altri 1600; il muro esistente non è impenetrabile, anzi, ed è costato 7 miliardi di dollari. Le stime fatte dal presidente sul costo del nuovo muro sono di 10-12 miliardi, quello del Congresso di 12-15 e la terza certezza che abbiamo è che il governo messicano non tirerà fuori un centesimo. Trovare una cifra simile mentre si vuole anche approvare una riforma del sistema fiscale che abbassando le tasse ai ricchi farà aumentare il deficit federale è molto improbabile. A meno di nonoperare tagli drastici e impopolari alla spesa in altri campi.

Ma la vicenda del muro e quella dei Dreamers, alcuni dei quali rispediti in un Paese che non conoscono, come anche molti immigrati irregolari che non hanno fatto richiesta dello status, rischia davvero di danneggiare i rapporti con il vicino in un momento in cui il Messico è molto importante per l’economia Usa e per gli stessi americani. Il Messico fornisce una proporzione enorme delle verdure sui  tavoli degli americani,  componentistica per le auto assemblate dalla risorgente industria dell’auto Usa e sui migliaia di lavoratori che si occupano di bambini e anziani. Il Nafta (North American Free Trade Agreement, il trattato commerciale che Trump vorrebbe rinegoziare, ha contribuito a questa interdipendenza, influenzando le strategie di impresa su entrambi i lati del confine. Il commercio di beni tra i due paesi è salito, da circa 135 miliardi di dollari nel 1993 a oltre 520 miliardi di dollari nel 2016. Nel frattempo, gli esportatori messicani hanno preferito i fornitori Usa su tutti gli altri, acquistando, in media, il 40% dei loro input dagli Stati Uniti, contro il 25% dal Canada e meno del cinque per cento da Brasile, Cina e Unione europea. Prima del Nafta, quella cifra il 5%. In questo senso, il commercio degli Stati Uniti con il Messico non ha prodotto nuova disoccupazione: si calcola che 5 milioni di posti di lavoro siano sostenuti dall’export verso il Messico – certo altri saranno andati perduti, come pure oltre il confine.
Insomma: insulti, minacce e promesse di far peggiorare i rapporti per corteggiare una base (gli anti immigrati e gli ex operai che hanno visto parte delle fabbriche emigrare nelle zone oltre confine decenni orsono) a cui una risposta vera, questa amministrazione, non sembra in grado di darla. Il danno di un precipitare della crisi sarebbe enorme per il Messico e anche per gli Stati Uniti. Poi c’è il raporto con gli amici, gli alleati e vicini: nei mesi in cui è stato presidente, Trump ha fatto arrabbiare gli alleati Nato, deciso di rinegoziare il trattato commerciale con la Corea del Sud (nonostante la crisi in corso) e umiliato il presidente messicano Pena Nieto, che ha dovuto cancellare una visita a Washington ed è crollato nei sondaggi solo per aver usato toni amichevoli nei confronti del neo eletto presidente Usa. Il suo predecessore, Vicente Fox, si diverte a prendere il presidente Usa in giro su twitter ed è diventato una star social. Se non ci fossero le vite di milioni di persone in ballo ci sarebbe molto da ridere.

Giornalista specializzato in politica americana. Tra gli altri, ha lavorato per l’Unità, Limes, Pagina99 e Europa. Nel 2008 ha pubblicato un libro con Mattia Diletti e Mattia Toaldo intitolato “Come cambia l’America, politica e società ai tempi di Obama”, nel 2012, con Giovanni Borgognone “Tea party. La rivolta populista e la destra americana”