Chi sopravvive senza sponsor, gruppi di sostegno, riunioni con lo staff?

 

Da almeno un decennio, nel campo della cultura, dell’arte, dei media, dell’editoria, siamo abituati a usare la parola crisi come capro espiatorio e/o giustificativo di un andazzo generale che gioca al ribasso. Forse tutto questo è stato vero anche in tempi di vacche meno magre, ma è piuttosto evidente che la lingua, l’informazione, la presa di potere di una certa tv, hanno subito una deriva che oggi rientra nel calderone di quel “populismo” di cui si parla, a ragione, per definire rigurgiti regressivi che ci riportano indietro o, nel migliore dei casi, ci mantengono in stallo. Un fenomeno che è sempre esistito, ad esempio, è il familismo usato in ogni branchia del potere, e cioè il bisogno (o il ricatto?) di costituire gruppi di sostegno intorno ai capi di qualcosa, che sia la redazione di un giornale, l’organizzazione di un evento, di un festival, fino ad arrivare ai followers o agli “amici” di facebook. Mai come oggi l’insicurezza generale in cui ci arrabattiamo, con lo spauracchio della perdita di uno status, qualunque esso sia, sembra costringerci ad avvalerci della complicità di un gruppo scelto, di facce amiche, a basarci sulla fedeltà dei subalterni, sullo scambio dei favori, in una sorta di grande ufficio stampa autoreferenziale che taglia fuori chi non ne fa parte, e che, consapevolmente o meno, agisce in modo quasi massonico. Se lo spazio di manovra si restringe, se la glassa delle torte si squaglia in un minuto, se la professionalità viene scalzata dal dilagare del dilettantismo, se la terra lavorativa ci trema sotto i piedi, se il nostro ego ammaccato rifiorisce grazie al numero di like che riceviamo, siamo davanti a un fenomeno nuovo.

Non solo quel che denunciava Manganelli nei suoi articoli, raccontando un’Italia di furbi e raccomandati, ma molto peggio, cioè la paura endemica di perdere il consenso (guadagnato con o senza fatica), e l’instabilità che ne consegue, e che in certi casi si fa patologica, insieme all’isteria feticistica di tenerci morbosamente aggrappati a qualcuno/qualcosa che ci faccia da spalla, illudendoci così di arginare una precarietà che aumenta in ogni campo del vivere e che ci rende sempre più viscerali, irrazionali, emotivi.

Il binomio insicurezza/vanità può farci tenerezza, sappiamo riconoscere la fragilità di fondo che ci accomuna tutti, ma a trovarci impreparati è l’ansia da coprifuoco, la botola che si apre per difendere noi stessi e i nostri prescelti dagli attacchi esterni (un po’ come chi spara al ladro per difendere i propri famigliari).

Stiamo diventando dei bunker in carne e ossa. Manichei paurosi del “con me o contro di me”

Lo spirito critico affonda. La guerra del prendere posto, come su un autobus affollato, si fa più feroce. Siamo esperti smascheratori di purezze impossibili, scafati e disinvolti alimentiamo un’ipocrisia assurta a valore, guardiamo con bonario dileggio chi punta il dito contro qualche gioco sporco, qualche malizia scoperta, colpevole di un’ingenuità che cozza contro i calcoli machiavellici dell’intelligenza. Insomma, vuoi scoperchiare qualche pentolone? Ma dove vivi? La verità, se c’è, è un autogol del solito romantico Don Chisciotte di provincia, il quale è ben lontano dal centro delle cose, confinato alle periferie di un’onestà che fa sempre più rima con stupidità.

E’ questo il rischio che si corre, mi chiedo? Dare sempre più per scontato il malcostume? Dei premi combinati, dei ruoli di potere conquistati grazie a mediazioni, intercessioni, aziende di famiglia, piani strategici, padri e padrini? E anche di quelle cose superate che sono i “meriti” e l’imparzialità di giudizio?

Dove sono finiti i battitori liberi? Si sono autoesclusi o sono stati isolati a forza?

Chi sopravvive senza sponsor, gruppi di sostegno, riunioni con lo staff? Possibile che la lealtà sia diventata una mera lealtà di partito? Ha sempre funzionato così’? Faccio alcuni esempi, rispetto al campo che conosco meglio. Se sei uno scrittore, è abitudine corrente che il tuo editore ti chieda, con impudente nonchalance, se per il tal premio puoi contare su appoggi personali, amicizie funzionali, in grado di farti entrare in qualche cinquina, o se magari hai un budget per pagare di tasca tua un ufficio stampa esterno che sosterrà la tua visibilità su tv e giornali. Le regole sono queste, sembra. La trippa c’è solo per i gatti che fanno le fusa al padrone giusto, per chi non soffre della vertigine dei piani alti, per chi ha capito che il leccaculismo è una filosofia spicciola, e che niente lega le persone più del tornaconto reciproco, in un vicendevole utilitarismo da compagnia, scuderia, militanza di rete o giornale, in uno zibaldone di ordinaria ambiguità in cui qualunque amicizia (vera o falsa che sia) non è esente né da regalie né da congiure e voltafaccia. Insomma, viviamo guardandoci le spalle, muovendoci in spazi sempre più ridotti e la nostra irrequietezza, il nostro egoismo, hanno insegnato alle nuove generazioni a fare buon viso a cattivo gioco: il sorriso sgranato a ogni detrattore, lo sventolio di mano della superficialità di comodo, l’arroganza del controllo. Ci hanno imitato, ci hanno preso sul serio, e nella povertà generale degli incassi, alcuni di loro alzano il tiro della spavalderia o dell’untuosità sottobanco. Nulla o quasi sembra più ottenibile grazie ai più banali comportamenti etici, e non c’è tempo per gli esami di coscienza. Cultura, si diceva. Non esiste iniziativa ormai che non eclissi con un minimo di dignità, su un manifesto, depliant, brochure, elenco degli ospiti, i nomi di qualche alleato stretto o parente dell’organizzatore o degli elementi della sua squadra. In parte, è naturale che sia così. Ci affiliamo tra simili, conosciamo chi fa il nostro mestiere, nascono simpatie, rispetto, stima. Ci piace lavorare con gli amici. Poi, se ci serve, ci piace anche il nome di punta in cartellone, che porta più pubblico. Normale, no? Alle fiere dei libri, ai festival letterari, si invitano gli autori che l’editore spinge, nomi di richiamo, o quelli “a gusto personale”, non certo chi ti ha fatto uno sgarbo o ti ha criticato su un social network. C’è sempre una piccola lavagna dei buoni e dei cattivi, per chi ha il potere di scegliere, un libretto nero su cui separare consiglieri, dame e cavalieri del supporto, dal nemico, il rivale, l’antipatico. Peccato solo che il potere sia sempre più fragile e che in un battibaleno l’amore si tramuti in odio e viceversa.

Siamo piccoli Napoleoni che difendono un orticello sempre più risicato.

E pare non si riesca più ad agire liberamente, fuori da un approccio politico o affettivo. Anche nelle rassegne di piazza ci trovi il figlio, la moglie, il cugino di un dirigente, di un responsabile, un coordinatore, che sia la sagra del tortello, il premio vattelappesca o un concorso musicale. Sembra che non sia possibile uscirne, da questo abuso del vincolo, dai funambolismi della diplomazia, dalla fine di un’innocenza irrisa come la scoperta dell’acqua calda, dalle telefonate  agli “Amici della domenica” per un voto, dal debito di riconoscenza, dal sangue, dall’amore, dall’appartenenza. E in questo consesso di incesti multiformi sappiamo persino provare sentimenti sinceri, dare una mano ai veri amici, a figli scavezzacolli, amanti che ci tengono in pugno. Sto romanzando? Forse. Ma mi fa pena questa mancanza di libertà appena siamo i fautori o promotori di un progetto, come se avessimo le mani legate (da noi stessi) in partenza. Non sono liste obiettive, distaccate (ne esistono?), quelle che compiliamo. E quando va bene, ci barcameniamo nel gioco del dare “un colpo al cerchio e un altro alla botte” per far contenti tutti. In fondo, sono i compromessi obbligatori dell’adultità e abbiamo imparato a ostentarli alla luce del sole. Non siamo nati ieri, non ci nascondiamo dietro un dito, siamo seri: cioè… lo siamo sempre di meno. Forse il vero problema è che di questi tempi, chi più chi meno, sembriamo tutti soffrire della sindrome dell’onorificenza.

Non sappiamo più vivere senza plausi, non ci basta più la considerazione che abbiamo di noi stessi.

La chiediamo agli altri, in ogni ambito, in ogni nucleo. L’insicurezza ci incattivisce. Il narcisismo ha sostituito l’amor proprio. Siamo come bambini che vogliono essere blanditi, coccolati, onorati, al minimo starnuto. E più ci sfuggono di mano le cose più ci muoviamo a random, come se fossimo piante bisognose di tutori, di un “arrivano i nostri” che ci salvi dai nostri fantasmi, come nel deserto di Buzzati. Siamo addetti ai lavori che se la cantano e se la suonano dentro un mercato quasi del tutto svuotato. Siamo invecchiati senza accettarlo, e facciamo largo ai giovani solo teoricamente. Una solitudine frenetica, disorientata, che ci vede tutti indaffarati a intrupparci, allinearci, mantenendo le righe di un conforto ballerino dai sodalizi intermittenti. Siamo aria di casa, siamo aerei traballanti che non vogliono perdere il segnale radar, e ci piacciamo sempre di meno: forse è per questo che a volte combiniamo disastri. Perché abbiamo eletto il giudizio degli altri, e le fratellanze interessate, a perno della nostra esistenza. E della nostra onorata cultura.

Musicista e autrice di romanzi, pièce teatrali, sceneggiature. Ha cominciato a pubblicare racconti su riviste e quotidiani nella fine degli anni ‘80. Il suo ultimo romanzo è "Lettera a Dina" (Giunti), a settembre 2017 uscirà "La vita com'è" per La Nave di Teseo