La profezia di Gramsci
sulle fake news

Un libro raccoglie le lezioni di giornalismo di Antonio Gramsci su come si pensano, si scrivono e si amministrano quotidiani e riviste. Un’innovativa “teoria dei media”, sorprendentemente attuale a distanza di novant’anni.

E’ appena uscito per la casa editrice TESSERE “Antonio Gramsci. Il giornalismo, il giornalista” a cura di Gian Luca Corradi (pp. 326, euro 18,00, disponibile anche in versione Ebook). Il volume –  arricchito dalla autorevole prefazione di Luciano Canfora e da una postfazione di Giorgio Frasca Polara, giornalista parlamentare, per quarant’anni anni firma di spicco de “l’Unità” – intende portare una testimonianza sull’ancora innegabile attualità delle riflessioni del grande intellettuale sardo nei riguardi del giornalismo.
Per realizzare questo progetto editoriale su un aspetto forse meno conosciuto del profilo di Gramsci, sono state prese in rassegna le 38 note dalle pagine dei Quaderni, dove si esprime come teorico del mestiere ed esperto delle tecniche di comunicazione e una selezione di 22 lettere dedicate sempre alle questioni attinenti ai giornali e al modo di fare informazione.

Tenendo conto del contesto storico di riferimento sono stati inoltre selezionati e presi in rassegna  67 pezzi tra gli oltre millecinquecento articoli attribuiti a Gramsci che uscirono su varie testate periodiche: dai primordi quando nel 1910, a diciannove anni iniziò a  scrivere su “L’Unione Sarda” per poi proseguire, con indefessa passione giornalistica fusa a quella politica, su “l’Avanti”, “Il Grido del Popolo”, “L’Ordine Nuovo” e “l’Unità” solo per citare le principali testate, fino al momento dell’arresto avvenuto  l’8 novembre 1926.

Fin dagli inizi della sua attività Gramsci  si fece portatore di un nuovo ed inconsueto modo di fare giornalismo politico oltre che culturale, lontano per la sua originalità, dalla tradizione di mera propaganda e proselitismo del PSI.

A posteriori il titolo “Per la verità”, riportato in uno dei suoi primi contributi giornalistici appare profetico, come dire un titolo  programmatico:  “La menzogna, la slealtà, l’insidia subdola vorrebbero uccidere la Storia, che è verità, che è lealtà, che è chiara e diritta coscienza”.  La Storia lotta contro la menzogna, la quale “diffusa dalle agenzie, viene moltiplicata in milioni di fogli dalle migliaia di giornali, fortilizi delle casseforti” (Le astuzie della storia, in Avanti!, ed. piemontese, 18 aprile 1919).

Così ha scritto Paolo Spriano elencando gli elementi che connotavano il suo tratto giornalistico animato dalla passione politica e dalla militanza: “fervore idealistico; crocianesimo per ribellione al positivismo della generazione socialista precedente e come modello del saper vivere senza religione rivelata ma con la stessa tensione etica; passione di giustizia sociale unita a un rinnovamento del costume. Questi i valori che Gramsci introduce nel suo modo nuovo di fare propaganda tra gli operai (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere. Una scelta a cura di Paolo Spriano, Torino, Einaudi, 2011, p. X)

I suoi articoli erano raramente firmati, Gramsci aveva fatto proprio il principio avanzato da Serrati che un giornale proletario deve essere anonimo e non deve servire da vetrina a nessuno, e neanche accolse mai in seguito le proposte che gli vennero avanzate da più parti di pubblicarli tutti insieme  in un  volume.  Articoli non per questo meno identificabili per la brillante vena creativa di uno scrittore  attento e curioso, penetrante nell’analisi e al tempo stesso osservatore acuto della vita sociale dalla forte vena polemica; articoli dallo stile innovativo dai quali emerge un retroterra culturale da studioso della società di tutt’altra derivazione rispetto sia al giornalismo professionale dell’epoca che da quello militante di partito. Articoli altresì connotati da un campionario sbalorditivo per invenzione lessicale, da esercizio stilistico di raffinata retorica spesso segnati da una graffiante vis polemica.

Ma al contempo il giornalismo gramsciano esprime  la cultura della concretezza e della disciplina e non solo quella dell’ideologia, attento ai dati, che necessita di acquisire la documentazione, che rifugge la faciloneria ed è  proteso sempre a dare spessore storico e teorico ai fatti che racconta.

Il fondatore del Pci non si occupava solo di politica, ma anche di costume, società, teatro, musica e storia. Attento osservatore delle innumerevoli facce della drammaturgia dell’epoca, divisa tra intrattenimento e sperimentazione, tra Niccodemi e Pirandello o Rosso di San Secondo, tra vaudeville e futurismo. Con spirito polemico il nostro si scagliava contro la degenerazione trombonesca del “grande attore” e metteva alla berlina le «ditte» che per ragioni commerciali puntavano al ribasso qualitativo dell’offerta. Ma da vero socialista non perdeva mai di vista l’educazione e l’emancipazione delle classi lavoratrici e la possibilità di cambiare il mondo, sensibile allo stesso tempo anche alle questioni estetiche che non giudicava mai fini a se stesse. Fu uno dei primi ad accorgersi del grande talento drammaturgico di Luigi Pirandello anche se non gli risparmiò la critica rivolta a  Pensaci, Giacomino! , definito testo appesantito da «abitudini retoriche» e a Il giuoco delle parti  troppo connotato da un «verbalismo pseudo filosofico».

Tra le lettere che abbiamo raccolto, risulta particolarmente significativa quella indirizzata alla cognata Tatiana dal carcere di Turi nel 1931, quando riferendosi ai suoi dieci anni di intensa attività giornalistica dichiara di aver scritto “tante righe da poter costituire 15 0 20 volumi da 400 pagine”. Gramsci fondò e diresse giornali, si sentì fino in fondo giornalista militante e come tale si volle  presentare, anche in occasione dell’interrogatorio del 9 febbraio 1927 nel carcere di Milano – come ricorda anche Luciano Canfora nella prefazione al volume –  quando dichiarò orgogliosamente la propria identità professionale  di “pubblicista ed ex deputato al Parlamento” .

Dalle pagine del volume emerge un Gramsci, ostinatamente e “volutamente” giornalista, deciso per questa strada a comprendere (ed a insegnare a come comprendere) la realtà che ci circonda.  Con la fiducia in una possibile trasformazione, sia interiore che del mondo, attraverso anche un “giornalismo integrale” che soddisfi il bisogno dei lettori di apprendere le notizie ma che susciti e sviluppi al contempo interessi e bisogni, dando vita a nuovi interessi culturali. Cultura, come scriveva nel “Il Grido del Popolo” del 29 gennaio 1916 che “è coscienza di sé e la conoscenza di se stessi si fa attraverso gli altri, così come la conoscenza degli altri si fa attraverso se stessi”.  Il compito di un giornale non sarà quindi quello di assecondare gli istinti dei suoi lettori, ma di creare una scala di valori – della cultura, della politica, dei fatti – e creare in questo modo nuova coscienza, nuova energia politica. Per fare questo con intelligenza serve una forte capacità di conoscenza. Per questo si devono evitare tutte le tendenze che minano la professione. L’elenco di Gramsci è inesorabilmente assai esteso: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale, l’irresponsabilità e la slealtà morale e intellettuale, lo scetticismo e il cinismo snobistico”. Senza una adeguata formazione professionale le redazioni, avverte Gramsci, finiscono per assumere l’aspetto di “conventicole di profeti disarmati”.

“Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale”. Queste parole, contenute in una lettera sempre a Tatiana Schucht dell’ottobre 1931, testimoniamo al meglio l’indomito spirito con cui Antonio Gramsci pensatore critico della modernità,  aperto e non dogmatico, si è dedicato al giornalismo.

Riunendo in questa pubblicazione le riflessioni teoriche, la “praticaccia” di “scritti alla giornata” ingiustamente destinati a “morire dopo la giornata”, ma anche le più “intime” confessioni epistolari del fondatore de “l’Unità” riguardo al valore e al peso del giornalismo, Tessere confida di aver dato un ulteriore contributo non solo alla memoria di un pensatore fondamentale per comprendere il presente, ma anche uno strumento a chi vuole decifrare il mondo d’oggi leggendo i giornali, o navigando su internet, o per chi voglia intraprendere la carriera di giornalista. Proprio come sottolinea a questo riguardo Giorgio Frasca Polara nella postfazione, “Gramsci avrebbe potuto insegnare, e bene, quel giornalismo serio, informato di cose serie, che oggi sta diventando una rarità non solo in Italia”.

Funzionario della Biblioteca Nazionale di Firenze, storico, docente al Centro di Cultura per stranieri dell’Università di Firenze. È autore e curatore di numerose pubblicazioni tra cui “Toscani, passione in fumo”.