La doppia mafia di Las Vegas

 

Di Las Vegas la maggior parte delle persone ha ora un ricordo sovrapposto. Quello che diviene luce e colore dominante tra lo sfavillio dei milioni di lampadine colorate e dall’altra parte il ricordo recente che cancella tutto: quello della (ancora misteriosa, o comunque irrisolta al momento in cui scrivo) strage del “festival country”. Il pluriomicida Stephen Paddock, peraltro, rientra perfettamente nella casistica dei visitatori tipo della “seconda” Las Vegas, anzi della terza. Perché si può tracciare con una linea netta di matita il discrimine tra i periodi aurei e meno aurei della cattedrale nel deserto (questa volta non come metafora, ma come descrizione realistica e attinente). La terza Las Vegas, che per mia comodità chiamerò d’ora in poi la “seconda”, perché il mio primo di una serie lunghissima di soggiorni a Las Vegas avviene nel momento in cui la prima diventa seconda, o meglio prosegue i chiaroscurati fasti della prima.

Stephen Paddock, dicevo, sessantaquattrenne molto benestante, wasp, e forse in cerca delle emozioni che il grande circo del Nevada non riusciva più a fornirgli, chissà… Sparava dalle finestre del Mandala Bay, Paddock, da uno dei resort eccessivamente grandi ed eccessivamente cari che simboleggiano con scarso fascino la terza (seconda) Las Vegas.

A Las Vegas si andava un tempo per tre o quattro motivi: per giocare, ovviamente; per sposarsi furtivamente; per il sesso (in una Contea che proibisce severamente la prostituzione, ma ne è la capitale mondiale e dove accanto ai box trasparenti che forniscono il giornale, gratis o a pagamento, ci sono quelli con gli indirizzi di escort e spogliarelliste). E infine per lavorare (ma forse il quarto motivo è il primo, in ordine d’importanza): lavorare in una città che cresce freneticamente e che ha hotel da 9.000 stanze (sono i più grandi del mondo, gli hotel di Las Vegas, con il Venetian in testa – 7117 stanze – e gli altri che occupano quasi consecutivamente le prime venti posizioni dopo la prima, e gran parte delle rimanenti trenta).

Avevo deciso di scrivere questa memoria di viaggio ben prima del fatto di cronaca clamoroso, e sono rimasto un po’ impressionato da quanto i miei appunti contenessero in nuce il dramma colossale.

Perché Las Vegas è sempre stata città di drammi, ma mai di drammi così catastrofici. La Prima Las Vegas era una città linda, pulita e sordida, dove la violenza l’avvertivi sempre come una sensazione costante ma lontana da te, si faceva di tutto perché fosse lontana da te. Gli omicidi erano, anche quando di proporzioni abbastanza massicce, omicidi privati, da cui il pubblico e i turisti venivano tenuti rigorosamente a distanza, anzi al riparo, quasi protetti, in questa città “culla” in cui le pareti degli alberghi sono insonorizzate, non ci sono specchi né orologi, perché non ti devi guardare le occhiaie, e non devi sapere che ora è: il gioco viene sostenuto da questo smarrimento costante, da questa sensazione (talvolta lo ammetto, piacevole) di essere da nessuna parte e invisibile agli altri, che sono troppo affaccendati a cercare un sogno o un riscatto, oppure a stordirsi a litri di bevande gratuite e annacquate.

I Casinò, dicevo, occupano il piano terra o i primi due piani di qualsiasi Hotel: per avere un Hotel senza casinò bisogna pagare molti soldi, un resort privo di anche una sola slot-machine, come l’Alexis Park, è cosa per visitatori molto, molto facoltosi, una snobberia che si paga carissima.

La prima Las Vegas era, insomma, la città dove nel 1946 il gangster di secondo piano Bugsy Siegel, affiliato alla mafia ebraica, costruì con soldi almeno dubbi, la prima delle cattedrali nel deserto del Nevada, il Flamingo, gigantesco, per l’epoca, hotel-casinò, il primo di una lunghissima teoria (poi passato in mani Hilton).

E al Flamingo approdai per la prima volta, per puro caso (era l’Hotel dove erano rimaste delle stanze) nel 1985, in pienissima depressione economica. I prezzi erano ancora più bassi del solito, con 5 dollari i buffet del Tropicana ti faceva mangiare (e anche discretamente) sino a morire.

Perché a Las Vegas si va, come ho detto, per tre motivi principali: gioco, sesso, matrimoni “volanti”, e per un quarto, il più importante di tutti: lavorare. Per un giovanissimo inviato come me, che per la prima volta andava in America e lo faceva entrando dalla sua porta meno nobile, Las Vegas era qualcosa, sebbene ancora in sedicesimo, di fantascientifico. La mia coscienza politica mi diceva che si trattava di uno spettacolo ributtante (i pensionati che andavano a buttare i miseri risparmi nelle slot, i bossini di provincia con puttane al seguito che davano feste improbabili nei saloni dei casinò, una torma di anonimi, quasi zombie, che passava da sala gioco a sala gioco, e quel suono continuo di monetine che scendono, campanelle e rudimentali suonerie elettroniche, che ti accompagnava sin dal terminal dell’aeroporto). La mia coscienza avventurosa mi diceva invece che in fondo, se riuscivo a operare una cesura da questa dannata e rigida formazione politica, Las Vegas era uno dei posti più divertenti e alienanti del mondo. Forse il più alienante in assoluto.

Andavo a lavorare, e lavoravo come un pazzo. A ridare stimolo all’economia in piena decadenza, figlia della decadenza generale dell’economia americana, c’erano le grandi Convention, saloni, mostre gigantesche, raduni di professionisti, che riempivano da prima il già allora immenso Convention Center tra lo strip e downtown, e poi non essendo più sufficienti gli immensi spazi del Centro Convegni, cominciarono ad assalire gli hotel, le cui stanze venivano trasformate in saloni della musica, dell’elettronica, delle armi, del broadcast TV, dell’aeronautica, della fantascienza e chi più ne ha…

Ecco quella era ancora Sin City, la città del peccato, appena appena addomesticata dai primi ingressi ufficiali delle majors. Ancora però, e per parecchi anni a venire, in netta minoranza rispetto ai casinò privati e all’immensa teoria di tristissime cappelle da sposalizio, dai negozioni di souvenir.

Città di modeste proporzioni ma di grandissimo affollamento nei due snodi principali, lo Strip, quello del Flamingo, del Caesar Palace, del Sands, del Circus-Curcus, del Tropicana, dello Stardust, dell’Imperial Palace, e la downtown, più malfrequentata ma dove c’era uno degli allora più prestigiosi Hotel Casino, il Golden Nugget con la sua immensa galleria di foto di attori e cantanti di tutto il mondo, che lì si erano esibiti (compresa una foto autografata di Rita Pavone), la gigantesca pepita d’oro che dava il nome all’Hotel, e il Fremont in pieno stile western.

Las Vegas della mafia vecchia e in dismissione, quella raccontata da tanti bei film americani, sordida si, ma in qualche modo familiare e accogliente. Una Las Vegas morente e quindi terribilmente affascinante nella sua malattia da Signora delle Camelie mai redenta.

Ma ad un certo punto qualcosa inzia a muoversi: un cantiere

che vedevi iniziato sei mesi prima era completato con agibilità totale sei mesi dopo, milioni di metri cubi di cemento, moquette e luci che venivano tirati su in un lampo. Già dal 1994/95 la città comincia a cambiare radicalmente: entrano in ballo, e come ballano, i grandi gruppi finanziari: La MGM, Disney, Nestlé, Warner Bros, Fox, Trump e via dicendo. Le nuove mafie apparentemente pulite e dalle buone maniere si sostituivano alle vecchie mafie rudi ma a “dimensione umana”. Mafie più potenti e più pericolose.

Per quello strano senso della storia che hanno gli americani, che fanno un tempio di una piccola insignificante reliquia della secessione, alla ricerca continua di colmare il gap con la millenaria storia europea, ma poi buttano giù in un amen le grandi opere, venne distrutto il Sands, assieme al Flamingo il monumento più importante di Las Vegas. L’Hotel Casinò di Frank Sinatra, quello in cui per un intero anno, il 1956 “The Rat Pack” (Sinatra, Sammy Davis Jr., Dean Martin, Joey Bishop e Peter Lawford) venne costretto ad esibirsi gratuitamente per uno sgarbo fatto al clan di Sam Giancana.

Quando nel 1996 vidi finito il gigantesco MGM Grand, con le sue quasi settemila stanze, e il Mirage con il suo vulcano modello con cascate artificiali ed eruzioni a turni programmati, capii che era definitivamente tramontata l’età dell’innocenza della peccaminosa oasi della perdizione nella Contea di Clark, pieno centro di un deserto cosparso di tombe invisibili, ma ben note agli uomini della vecchia mafia. Persino i bordelli (perché come si diceva la prostituzione è vietata e praticatissima nella contea, ma ad appena 5 km la contea finisce e inizia il paradiso dei puttanieri abbienti) con pista per gli aerei privati o eliporto, divennero squallidi quanto lo può essere Bambi con il rimmel.

Cupio dissolvi, per ricostruzione forzata di un luogo terribile, ma verissimo, nella storia degli Stati Uniti moderni, per essere sostituito da un enorme Disneyland per famiglie e da un esercito di baby-sitter, perché il tutto funziona solo se la sera Sin City diventa almeno un po’ lo spettro di ciò che era. Ancora lavoro, infiniti posti di lavoro, in uno Stato e una città da sempre governati, non a caso, dai democratici, tranne brevissimi intervalli, dai democratici più liberal. E Las Vegas è tornata ad essere una miniera infinita di soldi.

Se qualcuno avverte un minimo di nostalgia in quello che ho scritto, avverte bene. Las Vegas della vecchia mafia era divertente e terribile, ma nessuno creda che le nuove mafie finanziarie siano più buone della vecchia e lurida mafia ebraica, italiana, polacca… E’ una mafia a modino, ma assai più spietata. Spietata in dimensione globale e con una potenza di fuoco illimitata.

Giornalista, scrittore, editore e critico musicale italiano. Ha insegnato arte e letteratura italiana e condotto programmi radifonici. E' stato produttore discografico e direttore di numerose riviste specializzate.