La beffa dei centri per l’impiego

Politiche attive del lavoro, tutti le invocano e nessuno le finanzia. Non stupisce dunque che gli ultimi dati del 2017 dimostrano che per cercare e trovare lavoro sei italiani su dieci usano ancora il passaparola. Il Jobs Act, lungi dal riordinare il settore attraverso l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le politiche attive del lavoro (l’Anpal retta da circa 800 precari), ha paralizzato l’attività dei Centri per l’impiego (l’ex collocamento) che in questi anni sono andati avanti grazie a lavoratori precari che oggi in molti casi rischiano beffardamente di perdere il posto di lavoro.

Le decisioni sono di competenza congiunta di Stato e Regioni, e i centri per l’impiego sono formalmente ancora sotto il controllo delle Province, di fatto però svuotate di competenze e quattrini. Il caos in cui sono precipitati i 536 Cpi italiani è stato descritto da un recente studio dell’Isfol che ha certificato conflitti di funzioni e competenze, ritardi nei finanziamenti, degrado delle strutture e inadeguatezza delle strumentazioni. E ancora, vaste sacche di precariato, età media del personale sempre più alta, ed esternalizzazioni ancora più diffuse per gestire uno stock di oltre 9 milioni di utenti ogni anno.

Sono infatti quasi 2 mila i precari, su un totale di poco più di 9 mila lavoratrici e lavoratori impiegati nei centri, che in questi anni hanno portato avanti insieme ai loro colleghi a tempo indeterminato molteplici attività per trovare lavoro o riqualificare disoccupati o altri precari come loro. Ad essi si aggiungono, in alcune regioni, i precari di serie B impiegati solitamente in servizi di front office ma somministrati da varie società private esterne tramite bandi pubblici. A Bologna ad esempio 30 lavoratori (su 100) rischiano di rimanere a casa dal 30 novembre perché scade l’appalto della Regione e l’azienda esecutrice, senza tanti complimenti, ha subito aperto le procedure di mobilità. Dopo vari incontri tra responsabili regionali, sindacati ed azienda forse si troverà uno spiraglio per mantenere al lavoro queste professionalità senza le quali probabilmente i Cpi chiuderebbero. “Si sostiene tanto che le politiche attive per il lavoro e i disoccupati sono una priorità, e allora non è possibile assistere al controsenso di perdere professionalità e posti di lavoro proprio nei centri per l’impiego” commenta Giacomo Stagni della Camera del Lavoro bolognese. La Regione Emilia – Romagna è stata una delle prime a creare la propria Agenzia regionale per il lavoro e da quest’anno ha deciso anche di cambiare la gestione dei servizi erogati dai privati passando dai bandi pubblici all’accreditamento diretto. “I soggetti privati in possesso dei requisiti necessari – spiega l’assessore regionale al Lavoro Patrizio Bianchi – possono accreditarsi e continuare ad erogare direttamente alle persone servizi finanziati dalla Regione. Si tratta di un nuovo modello, coerente con l’impostazione nazionale e con le scelte condivise con le parti sociali fin dal 2015”. Quindi la Regione paga, le aziende private accreditate incassano ed erogano servizi tramite personale quasi sempre precario. Andrà forse meglio ai lavoratori a tempo determinato dei Cpi: durante la Conferenza Stato Regioni dello scorso 7 settembre il governo ha dato garanzie verbali di assunzione a tempo indeterminato di queste duemila persone che hanno già superato uno o più concorsi pubblici e sono in graduatoria da anni. Oltre alle stabilizzazioni, il ministro Poletti ha annunciato di voler procedere ad altre mille assunzioni, però sempre a tempo determinato. Ma anche se queste promesse dovessero trovare concretezza della Legge di Bilancio 2018, saremmo ancora lontani dai numeri che presentano altri Paesi europei considerando che sempre il Jobs Act ha aumentato gli adempimenti dei Cpi aggiungendovi il reinserimento di chi prende l’assegno di disoccupazione, l’orientamento dei ragazzi che aderiscono a Garanzia Giovani, il reddito di inclusione e l’assistenza ai soggetti deboli come disabili e stranieri. Con un investimento di meno di 500 milioni di euro annui, i soldi pubblici dedicati ai servizi per il lavoro in Italia sono la metà di quanto spende la Spagna, e molto distanti dagli 8,8 miliardi tedeschi e dai 5 miliardi francesi. Se il Jobs Act rende estremamente facile licenziare lavoratori senza giusta causa, lo Stato dovrebbe impegnarsi per rimettere i disoccupati in carreggiata, disse Renzi all’epoca dell’approvazione della sua riforma del lavoro. In che modo? Con una serie di misure attraverso cui il disoccupato può migliorare il proprio curriculum, riqualificarsi attraverso corsi di formazione (erogati quasi sempre da privati) e cercare offerte di impiego. L’ispirazione viene chiaramente dalla riforma Hartz IV tedesca che ha imposto una stringente logica neoliberista alle politiche attive del lavoro. Anche in Italia dunque è stato rafforzato il concetto di condizionalità: il disoccupato che riceve una qualsiasi forma di sostegno al reddito deve firmare con il centro per l’impiego un Patto di servizio dove si elencano i comportamenti e le azioni cui si deve attenere per non incorrere in sanzioni e penalità che possono arrivare fino alla cancellazione del sussidio nel caso in cui ad esempio non si presenti agli appuntamenti fissati dal Cpi o, peggio ancora, rifiuti un’offerta di lavoro ritenuta “congrua” in base alle sue esperienze precedenti e il profilo professionale.

L’obbligo della scelta può quindi arrivare a negare la libertà del soggetto che necessita di sostegno e per questo ha firmato un patto con lo Stato. In Italia però, a differenza della Germania dove nelle politiche attive sono impiegate a tempo indeterminato 110 mila persone, non c’è il personale sufficiente a portare avanti questo meccanismo.

Giornalista freelance, ha lavorato per Epolis e collaborato con l'Unità. Per sei mesi alla DG Comunicazione del Parlamento Europeo a Bruxelles, attualmente lavora come ufficio stampa.