Due sotto il burqa

 

Cosa hanno di divertente la Jihad e il fanatismo religioso? Nulla all’apparenza se non fosse per la penna leggera di Sou Abadi che ha scritto e diretto “Cherchez la femme”, la deliziosa commedia degli equivoci nelle sale italiane dal 6 dicembre con il titolo “Due sotto il burqa”.

Francese di origine iraniana, Abadi dà vita a questo piccolo miracolo, un’ora e mezza di risate intelligenti che fanno riflettere anche qui in Italia, senza mai virare al volgare o mancare di rispetto a nessuna credenza politica e religiosa. La trama è molto semplice: Leila e Armand si amano e sognano di partire per New York per fare uno stage all’Onu solo che i due innamorati non hanno previsto la radicalizzazione di Mahmoud, fratello della ragazza che decide di blindarla in casa. Ad Armand non rimane che indossare un burqa (in realtà un niqab) e fingersi compagna di studi di Leila, solo che anche in questo caso la reazione del fratello musulmano è imponderabile. La citazione di “A qualcuno piace caldo” è dichiarata tanto che nel mondo anglosassone il film si chiama “Some one like it veiled”: lo stesso espediente serve in questa occasione per nascondere un tema così scottante sotto un velo di umorismo, facendoci esorcizzare le nostre paure con una risata.

Tra un “Corano for dummies” e un poster de “La dolce vita” strappato, il film accende i riflettori soprattutto su tutti quei ragazzi perfettamente integrati che continuano a essere considerati stranieri nella terra in cui vivono. “È impazzito” dirà il fratello piccolo di Leila e Mahmoud “anch’io credo in Dio ma la Francia è terra di accoglienza”. Abbiamo incontrato Sou Abadi qualche giorno fa a Bologna alla presentazione del film che, distribuito in Italia da I Wonder Pictures, l’estate scorsa ha vinto il premio del pubblico al Biografilm. “Non volevo spiegare il male dell’integralismo o aggiungere pesantezza a ciò che lo è già” spiega la regista “in Francia le lacrime sono state già tutte versate”.

La visione del film ci ha lasciati da un certo punto di vista sbigottiti: avevamo appena finito di ridere di fanatismo religioso in Francia. Pensiamo al coraggio di questa donna che ha giocato così bene con il fuoco ma lei però non è dello stesso avviso. “Io stavo nella mia stanza a scrivere, non è coraggio questo” sottolinea “alcuni miei cugini sono stati giustiziati in Iran o sono in carcere: sono loro i coraggiosi, non io che ho solo fatto un film”. Sou Abadi sa però di aver fatto un buon lavoro. “Mio padre quando ero piccola mi diceva sempre “se vuoi andare a caccia nel cielo, lascia stare la luna e le stelle e punta dritto a Dio” nel senso che se dovevo fare qualcosa, la dovevo fare bene” aggiunge “ho fatto il mio massimo, coinvolgendo un sacco di gente in questo progetto, spettatori compresi che pagano un biglietto e ti regalano parte del loro tempo: vanno rispettati facendoli ridere in maniera intelligente”.

La risata qui ha una connotazione politica, diventa un gesto rivoluzionario, un’arma da usare ma al giorno d’oggi, lo vediamo tutti i giorni, le possibilità di ridere sembrano sempre essere meno. “In parte la colpa è del politicamente corretto, sarebbe una tendenza contro cui battersi” sostiene Abadi, estimatrice evidentemente delle battaglie difficili. Anche se i contesti sono diversi, il film si sposa bene anche con il dibattito italiano sullo ius soli, anzi ci può insegnare qualcosa. “Non sono gli immigrati il problema. Il più grande contingente europeo di jihadisti partito per la Siria è francese, persone nate in Francia con la nazionalità francese, la maggioranza sono convertiti” specifica “non è un problema di immigrati o di popolazione musulmana: il problema sono le umiliazioni che la gente subisce nel nostro paese, le ingiustizie e la frustrazione che provano nei confronti della società. Attenzione, non li sto giustificando, sono ingiustificabili, ma è assolutamente necessario trovare le ragioni di questo disagio, altrimenti non si risolve nulla”. E questo dovrebbe farlo la politica.

“Alzare muri non serve, gli stranieri sono sempre stati la ricchezza della cultura francese” dice la regista “il problema adesso è il vuoto della politica. Come diceva Gramsci “il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire e in questo chiaroscuro nascono i mostri”.

Giornalista, scrive quello che vede come se fosse al bancone del bar. Vive a Bologna. Co-autrice di Grand Tour Bologna. Il suo blog su Medium: https://medium.com/@folladicuriosi