Combattere la miseria con lo yoga

Rio de Janeiro – “No. Andrè non è ancora arrivato. Vuoi entrare nella ruota?”, chiede la giovane, invitandomi a prendere la sua mano e quella di un clochard che mi guarda stupito. Il cerchio umano, fatto di povertà e amore ecumenico, si chiude con me che, stupito, entro inaspettatamente nel sinuoso serpente di barboni e volontari del progetto “Voar – Café da Manhã”, riunito a largo da Gloria nel centro di Rio de Janeiro. Dal cerchio solidale s’innalza una preghiera, assieme all’evocazione per la pace, l’amore, la salute e un comune Dio, in mezzo a circa trecento senzatetto, una frangia dei 15 mila brasiliani gettati dalla recessione economica sul marciapiede carioca.“Voar”, volare, è un’iniziativa umanitaria che, in tre punti nevralgici del centro di Rio, distribuisce cibo, abiti, scarpe, coperte, ma anche coscienza agli indigenti dell’asfalto brasiliano. È proprio alla coscienza e alla consapevolezza, cui punta André Andrade Pereira, anzi Ahlaad, l’ideatore di “Yoga de Rua”, il pioneristico e rivoluzionario progetto che insegna la millenaria pratica indiana e la meditazione al “Povo da rua”, il popolo della strada.

“Ho avuto una crisi personale, lavoravo con i senzatetto del “Café da Manhã” – racconta Pereira a U Magazine – poi ne sono uscito, perché non riuscivo più a farlo. C’era molta sofferenza. Rimasi fuori un anno e iniziai nel frattempo a lavorare con la meditazione, corpo e movimento. La mia compagna rimase incinta e sentii la voglia di tornare a fare politica. Desideravo per lei e per nostra figlia un mondo migliore. Tornai a fare il volontario nel progetto del Café, ma volevo qualcosa di più. Ho pensato che avrei potuto proporre meditazione, silenzio, “vipassana” ai senzatetto. Iniziai a farlo e la risposta è stata sorprendente”. Ahlaad si muove lieve intorno ai numerosi clochard che, sorridendo, lo salutano. Gira con un cartello in mano, su cui è scritto “yoga”. Invita i barboni a partecipare alla lezione, ma anche alla lettura del Bhagavad Gita, il mitologico libro, in cui l’eterna lotta tra l’uomo, la mente e l’Ego sono incarnati da Krishna, il quale esorta Arjuna a servirsi della vita per liberare se stesso. A causa del maltempo, la lezione di yoga si terrà al chiuso, nello spazio adiacente a una chiesa, ma normalmente la pratica avviene all’aperto, nei parchi, sotto gli alberi, spesso tra gente fortunata e podisti che cronometrano compulsivamente i loro exploit sportivi, prima di continuare la corsa a lavoro. I barboni non corrono, ma camminano all’infinito, esclusi nel loro percorso spazio-temporale, nell’indaffarata città, piena di brasiliani che, dopo dodici anni di orgia consumista e megaeventi, vivono preoccupati. Sono incapaci d’esistere nel presente, la loro mente è proiettata ininterrottamente al domani di un paese indebitato fino al collo e con un governo golpista indifferente alla sofferenza umana.

I carioca hanno il terrore d’essere licenziati e finire nell’inquietante statistica dei disoccupati che, nel primo trimestre del 2017, ha raggiunto il numero di circa 1,2 milioni di persone, ossia, su 100 disoccupati brasiliani, 81 erano carioca. Percorriamo il tratto di strada a gruppi, assieme a Ronaldo, Roberto, José Claudio, Josafá, Lucia e altri veterani dello yoga di strada. La sala è bella, luminosa, dentro un edificio coloniale, costruito quando la schiavitù era ancora un’odiosa realtà in Brasile. Siedono tutti in cerchio. André – con accanto Carlos D Medeiros, uno degli insegnanti volontari di yoga che si alternano nei tre giorni di lezione settimanale, dà avvio alla sessione di meditazione. Discende la palpabile sensazione d’unione, provocata dal silenzio meditativo che acquieta la mente vagabonda e cancella le differenze sociali. Non c’è divisione ma unità. Ahlaad, con sensibilità, cerca di rimuovere il filtro della mente che schiavizza ricchi e poveri. Tenta di fortificare nella coscienza dei clochard un percorso, con cui iniziare ad amare la ricerca interiore.

”La mente è un ottimo schiavo ma un pessimo padrone”, dice un detto tra i meditatori. È proprio la mente, anzi l’Ego, ad apparire ripetutamente nella selezione dei sutra del Bhagavad Gita, scritti sui biglietti posti al centro della ruota che, dopo averli raccolti a turno, sono letti da ognuno dei partecipanti. ”Ma queste sono le parole di Dio!”, esclama Josafá, dopo avere letto un versetto. Josafá non ha mai sentito parlare del Bhagavad Gita, tantomeno di yoga e meditazione. Vive da 25 anni in strada, ma non ha imboccato la strada dell’autodistruzione, come fanno altri senzatetto che, come lui, soffrono di dipendenza alcolica. È simpatico, cordiale, franco, parla di rispetto, anzi dignità umana, ma soprattutto di coscienza che, ritiene, sia la principale forza con cui evita di sprofondare nell’abisso della disperazione. Piange solo quando rammenta sua madre.

“Tra i barboni ci sono anche violenti e malfattori, ma chi partecipa al corso è gente diversa. Alcuni sono attratti dai pasti che offriamo, ma questi non tornano, capiscono che questo posto non è per loro”, afferma Josafá. Lalita è insegnante volontaria di Yoga Integrale, anche lei crede che a far tornare i senzatetto sia altro. “Li capisco. In alcuni momenti della vita, anch’io non ho voluto fare assolutamente nulla, non avevo persino voglia di lavarmi e desideravo solo abbandonarmi al nulla”, afferma. La discussione diventa profonda. La meditazione da introversa è diventata attiva, provocando insight tra i senzatetto. Sono concentrati nella conversazione e allo stesso tempo non perdono il contatto con se stessi. Si parla di tutto. Vera Lucia da Silva si “sente” libera in strada, dove vive da tre anni.

“Devi sapere come vivere – racconta sorridendo Lucia – proprio come canta Roberto Carlos in É preciso saber viver. Questa è la mia canzone. Amo cantare. Faccio parte del coro dei senzatetto. Non ho mai chiesto niente a nessuno, non l’ho nemmeno fatto quando è morto mio marito. Ho lavorato moltissimo, ma le spese erano molte. Troppe. Alla fine ho desistito e ho preferito vivere in strada. Meglio così. Non ne potevo piū di pagare l’affitto. Siamo tutti fratelli in strada. Durante il giorno penso molto alla vita. Vivo libera, ma la notte è il momento in cui mi sento triste. Lo yoga mi tiene in forma e mi fa sentire bene”. Nel frattempo entra silenziosa, ma subito riconosciuta, Barbara Caleo, pisana, un’amata collaboratrice del progetto. Caleo ha più di trent’anni d’esperienza negli aiuti umanitari in aree di conflitto del mondo, lavorando con organizzazioni come il Comitato internazionale della Croce Rossa e Médecins Sans Frontières .

“Amo questo progetto, perché, nonostante la durezza della vita riesce a dare alle persone dignità, un momento presente, in cui si chiede loro d’essere qualcosa di più che un corpo”, dichiara Barbara, la quale, oltre ad essere economista, è professoressa di Yoga, formata presso l’International Yoga School Sivananda di Ginevra. L’operatrice umanitaria non ha mai visto un progetto come questo nel mondo. André è anche lui formato in economia, ma è professore di educazione corporale all’Università federale fluminense. “Non lavoro nell’economia – afferma il brasiliano – ma costruiamo una nuova economia legata a un vincolo energetico. È un’economia di permuta, di mercato, ma anziché merci, scambiamo affetto. È uno spazio dove la gente si sostiene mutualmente in un cammino d’amore. Gli economisti misurano la ricchezza di una nazione, qui produciamo un altro tipo di ricchezza, la vera, quella che non muore mai”. Ahlaad sa bene che lo yoga, la spiritualità, non serve solo a trascendere la mente, ma a cambiare anche la realtà terrena.

“Ho 38 anni. La Teologia della Libertação, Don Hélder Câmara sono sempre stati molto presenti nella vita, ma ora sono più attratto dalla spiritualità che dalla politica. Credo che vi sia solo questo cammino. Vedo i miei amici, professori d’università, in un’eterna disputa. C’è molta tensione tra loro, qualcosa cui non sono interessato. Sono oggi attratto dal cuore e dalle emozioni. Sono più per un cammino terapeutico che politico. Credo che il miglior modo per ottenere un cambiamento, sia quello di guardarsi dentro e per me, questo, è un gesto rivoluzionario”, sostiene André. Lo yoghi è chiamato a tenere seminari su meditazione e rivoluzione. Yoga de Rua non ha un “Guru”, il gruppo non sostiene gerarchie e, fatto inedito, i professori provengono da varie correnti di yoga. Il progetto è totalmente indipendente, vive di piccole donazioni, ma si espande altrove, come nella metropoli di São Paulo. “Sì è una rivoluzione, una rivoluzione silenziosa. Essa agisce in maniera indiretta, giacché porta mutamenti nella coscienza” specifica Atma Nambi, l’amato ed esperto maestro del Tamil Nadu, il quale insegna meditazione, yoga e kriya a cercatori di se stessi in Brasile e nel mondo.

La realtà da ragione ad Atma, ma anche ad André, anche se lui non sa esattamente dove il progetto lo condurrà. Questo, però, non è per lui un fatto importante, dato che “non c’è un altro cammino” da percorrere. “Non ti dirò se sarà la meditazione a causare la rivoluzione – sostiene Ahlaad – anche perché non so molto a riguardo e non ho un’opinione precisa sull’argomento. Sono nel cammino interiore, ma allo stesso tempo metto un piede tra gli esclusi e i senzatetto. Sinceramente non so che cosa darà tutto questo e tantomeno percepisco il motivo per cui lo sto facendo, ma desidero che queste persone ricevano in cambio gli stessi benefici che ottengo con la meditazione”. I mutamenti della coscienza dei mendicanti si espandono tra gente non legata al cosmo della strada, dove curiosi passanti rimangono calamitati dall’amoroso magnetismo che si forma intorno ai peculiari “satsang” tenuti a cielo aperto.

“Mi piace fare yoga con loro, con i quali faccio amicizia e mi sento bene”, afferma la pensionata Gezilda Gaudino, la quale viene dal bairro di Rio Cumprido per frequentare le lezioni di yoga. Anche Silvia Maria Amargo, madre di una delle cuoche volontarie che cucinano i pasti vegetariani distribuiti ai clochard, ama seguire le lezioni. Lo fa soprattutto al parco Guinle, nel bairro di Laranjeiras, un quartiere di classe media-alta. “Mia figlia mi parlava sempre di loro. Rimasi curiosa e dopo il primo incontro ho iniziato a frequentare il progetto. Che cosa è cambiato in me? Il fatto è che, prima, quando camminavo in strada, i barboni erano invisibili, ma ora non lo sono più”, afferma Amargo. Sua figlia, Marina, è cuoca, ma si “nutre” anche dell’amore del progetto. “Da quando cucino per il progetto e partecipo alle lezioni di yoga, scopro potenzialità interiori nascoste e oggi mi sorprendo per quello che sono capace di fare. Mi sento sicura. Viva.”, afferma Marina.

È evidente che lo scambio umanitario, oltre ad essere energetico, è la forza su cui si basa Yoga de Rua. “Da un po’ di tempo notavo che i senzatetto non mi chiedevano più denaro in strada, ma da mangiare. Ho capito che avrei dovuto fare anch’io qualcosa”, racconta Luiza Sposita Vilela, cuoca vegana, ma anche scrittrice e traduttrice. Vilela ama il progetto, perché l’aiuta a stare bene. Sente un piacere incommensurabile nell’aiutare e lenire la sofferenza umana.”Penso che tutto questo sia un fatto capace di sovvertire l’attuale realtà delle cose, puoi vedere, anzi sentire che non è un borghese che vuole fare la donazione del giorno, perché è una pratica realizzata assieme ai senzatetto che cancella, annulla, le differenze sociali. Dopo un po’, ti scordi di tutto e non si sa più chi sia chi”, afferma Barbara.

Per lei, Yoga de Rua è un paradigma: “Uno dà e l’altro riceve. Punto. Passiamo molto tempo con loro. È una dinamica di scambio che s’instaura tra tutti. In questo modo si forma una relazione più complessa, diversa da quella di una persona che distribuisce solamente da mangiare e poi va via”. Barbara pianifica d’introdurre Yoga di Rua anche in Italia, in Toscana, dove tornerà presto a vivere. Avere tempo libero, per Andrè, è un altro fatto rivoluzionario, poiché è un elemento essenziale, per la trasmutazione dell’individuo. La percezione consapevole dello spazio-temporale agisce sulla mente ed è una dimensione essenziale per liberarsi, anche per chi conduce una vita indaffarata. I barboni hanno di fronte a loro lunghe giornate, ma spesso non è un vagabondare costruttivo. ”La loro opinione riguardo il tempo libero – rivela Andrè – non è spesso legata al tempo creativo, poiché questo è frequentemente ozioso. La gente dice che disoccupare la testa sia un fatto positivo, ma lo afferma perché è troppo occupata. Per un barbone il tempo potrebbe essere un martirio”, rivela André, il quale cerca di riportare nei clochard la presenza della coscienza nel loro quotidiano camminare. Il brasiliano sfata anche il mito del barbone che non ha attaccamento per le cose materiali.

”La possessività non ha niente a che vedere con i beni materiali. Credo che la mente di un ricco sia uguale a quella di un povero. Lo noto anche nelle loro piccole vanità, preferenze, rabbie. Chi dice che vogliono abbandonare tutto? Sembra che non abbiano nulla, ma in realtà pensano che abbiano molto: lo zaino, i documenti, la camicia e tutto il resto, spesso ricevuto in dono da qualcuno che ricordano”, sostiene Ahlaad. Alcuni di loro, però, gli hanno confessato che la strada li ha liberati, addirittura purificati dal mondo consumista e materialista. Claudio ha lasciato moglie e figli nello stato del Paranà, da dove è venuto camminando. Ama stare da solo in strada, perché non gli piace avere vicino gente che fa discorsi inutili. “Ho lasciato tutto, perché ho avuto una chiamata. Vivo nel tempo. Non sono povero, avevo un lavoro e una casa che ho tirato su con le mie mani, ma ho lasciato tutto, per dare pace alla mente. Non sono io che agisco, ma Dio. Mangio quello che mi danno associazioni e Ong, non mi sento male per questo, poiché è un mio diritto. Non chiedo nulla a nessuno, neanche le sigarette, poiché le rollo usando il tabacco dei mozziconi raccolti a terra”, dichiara Claudio.

“I poveri non hanno più facilità degli altri a intraprendere una vita spirituale. Una persona avrà predisposizione d’entrare in uno stato meditativo, sole se la sua mente sarà semplice, se fosse complicata, impiegherà più tempo a farlo. Non importa se un individuo è povero o appartiene a una classe sociale più elevata, non è questo il problema, dipende dalla tipologia mentale della persona. Per alcuni sono valide meditazioni convenzionali, ma per altri, indaffarati, è meglio fornire tecniche consone a loro, persino da praticare durante il lavoro. Alla fine le metodologie sono entrambe valide”, afferma Atma Nambi che insegna tecniche meditative appropriate per qualsiasi tipologia umana. La mancanza di presenza interiore nel quotidiano è uno stato che colpisce non solo i senzatetto brasiliani, ma chiunque nel mondo. È la condizione perenne dell’uomo e di una società in cui la “Selfie culture” e la dipendenza elettronica hanno dato la spallata finale rendendo l’umanità ancora più schiava della mente e dell’Ego. “Ho un’anima militante – afferma Barbara – ho sempre creduto a una trasmutazione della società. Nell’economia, le persone non sono viste come tali, bensì come consumatori. Il consumatore “individuale” ha un enorme potere, ma la società, l’economia, fa di tutto per impedirgli che percepisca, sia cosciente di questo. Sorgono, quindi, le dinamiche di manipolazione dell’opinione pubblica, di stillicidio della paura, di controllo della gente, per questo faccio un parallelo con la spiritualità”. La pubblicità è senza dubbio il principale strumento di persuasione subliminale usato dall’elite politica ed economica.

La popolazione è vittima di un neuro-marketing senza scrupoli che usa la neuroscienza e overdose di dopamina per mantenere la gente in continuo stato d’eccitazione con messaggi occulti di qualsiasi tipo. Antipub è l’abbreviazione di “Anti Pubblicitario” ed è divenuto un movimento agguerrito in Francia, come nel caso del gruppo che fa quadrato intorno a Rap, “Resistance a l’agression publicitaire”. “La mia tesi – continua Barbara – era sul commercio equo-solidale. Ho conosciuto Alex Zanotelli, il padre missionario, quando viveva nelle favelas di Nairobi. Come introduzione alla tesi, scrissi una sua frase: “Tu voti, ogni volta che entri in un supermercato“. Credo molto in quello che lui afferma, poiché rappresenta un parallelo tra spiritualità e rivoluzione. Concordo con André quando sostiene che tutto inizia dall’individuo, dal meccanismo dell’Io e nel chiedersi chi sono io”.

Barbara fa un parallelo tra economia e meditazione. “È come se un gruppo di meditatori iniziasse a dire: voglio vedere il prezzo che forma un prodotto e, come consumatore, gli dò un valore, lo valorizzo in relazione anche ai lavoratori che lo hanno realizzato. L’economia in realtà non esiste, giacché – secondo Barbara – una fabbrica non “produce per se stessa”, ma solo quello che il “consumatore chiede”. “Nel momento in cui il consumatore domanda cose diverse, la fabbrica inizia a produrle”, afferma. Vincere il disagio sociale è quindi un obiettivo necessario per fare nascere questo consumatore “Illuminato”, cosciente di se stesso e non s’indebita fino all’osso per inseguire una realtà costruita dal marketing che lo vuole ottuso, automatico e insensibile. “No Logo” è il best seller di Naomi Klein, la giornalista canadese, divenuta musa ispiratrice del movimento No Global.

La scrittrice sostiene che il capitalismo ha subito un profondo cambiamento con il fenomeno del “branding”: se la fase della produzione di merci era prima un aspetto centrale, oggi non lo è più, anzi è trascurabile, giacché, con il proposito di creare uno spazio di monopolio, le risorse economiche sono sempre più impiegate dall’industria per finanziare il marchio e una serie di valori immateriali, ideali, da collegare al “brand”. Le immense risorse finanziarie che queste strategie esigono derivano dal risparmio sulla produzione che è dislocata nei paesi del Terzo Mondo, dove l’azienda può sfruttare la manodopera operaia. Se gli shopping center sono le cattedrali dove si celebra il culto del consumismo di oggi, l’asfalto è oggi l’inferno per milioni di persone, anzi lavoratori, vittime di un sistema economico, una Maya che mantiene una macroeconomia in dissoluzione, concentrata nelle mani di pochi magnati in Brasile e nel mondo. La coscienza risvegliata dei senzatetto, silenziosa, si muove nella società degli esclusi, diventa forza di cambiamento tra gente che non ha nulla da perdere sull’asfalto, ma tutto da guadagnare nell’universo.

Ha lavorato come fotografo per molti anni in tutto il mondo. Romano, vive a Rio de Janeiro, dove lavora come freelance per i media nazionali e internazionali, sia come giornalista che come video operatore. Nel 2000 ha vinto il premio Zapping con il reportage "Prigioni brasiliane: l'inferno dei vivi", pubblicato dal settimanale italiano "Avvenimenti".