Russia 1995

 

Novembre 1995. Mosca è bella in una maniera quasi impossibile. Dopo due giorni di nebbia e tempesta di neve è riapparsa, improvvisamente, e la mia perpetua insonnia mi ha consentito di spiarla all’alba sfondare clamorosamente il fondale azzurro lapislazzulo del cielo con le sue cupole d’oro. E’ bella e strana nei suoi mille contrasti, contrasti che da sempre sono il segreto della sua implacabile malìa, quella che costringe anche chi è stato bistrattato, insudiciato e violentato da questa Santa Madre e matrigna, a desiderare comunque e per sempre di tornare.
Contrasti ora ulteriormente accentuati oppure soffocati, devo ancora capire bene, da un elemento ulteriore e gigantesco di stridore: il capitalismo in una metropoli concepita senza il capitalismo. La rivoluzione è arrivata in grande anticipo rispetto al boom consumistico conosciuto dal secondo dopoguerra in poi dall’occidente, e il cosiddetto “benessere” è piombato all’improvviso su una struttura che non se lo aspettava o almeno non così d’amblé. A Mosca, tanto per dirne una, non ci sono i negozi, o meglio manca, quasi completamente, la tipologia architettonica “negozio”. Nel corso di settant’anni di socialismo reale quei pochi che c’erano prima del ’17, soprattutto nelle vie del centro, o sono stati riadattati a uffici e abitazioni, o sono stati usati come spacci governativi per vendere, senza insegne né vetrine addobbate, generi di consumo primari e quel poco di generi di consumo accessorio concessi dalla rigida economia socialista. Così sono spuntati come funghi bussolotti, bancarelle, capannine, piccoli prefabbricati che approfittano della inusitata larghezza dei marciapiedi che costeggiano le inusitate “prospettive”,  giganteschi viali pronti, chissà mai perché, ad accogliere un traffico di milioni di autoveicoli, pronti con almeno cinquant’anni d’anticipo e, a giudicare dall’attuale, forse ancora di più.

Accade così che Mosca si riempe di griffes, neon, gadgets e diviene la quinta città più cara del mondo. Capita che per dire sei volte di seguito “ciao, come va, state tutti bene? ” col telefono si spendano 240 dollari e che per un taxi per andare da qui a lì – dove a piedi è appena un po’ troppo lontano – non ne bastino 40. E capita anche che i moscoviti, a parte il nugolo di nuovi ricchi drammaticamente ricchi e drammaticamente “noveau”, tanto da far sembrare elegante ed aristocratico persino il Berlusca, siano in realtà terribilmente poveri, così da essere tanto lontani da quella massa di merci almeno quanto lo erano durante il quasi secolo di socialismo reale. Con una variante: ora hanno difficoltà anche per entrare in possesso dei beni di primo sussestamento, non più amministrati dallo stato, non più a prezzi controllati e, ulteriore aggravante, senza aver più la garanzia del posto di lavoro e dello stipendio. La riflessione più comune a Mosca, è dunque, “si stava meglio quando si stava peggio”, un’ espressione che m’ha sempre dato ai nervi quando enunciata dai miei connazionali e che trovo irritante anche sulla bocca – sebbene espressa con concetti decisamente più articolati – dei moscoviti. Irrita ma dà da pensare.

Il primo incontro con l’Orchestra Nazionale di Russia – è questo il motivo della mia visita, sono qui su gentilissimo invito delle Detsche Grammophon per assistere ad una esecuzione e ad una registrazione di questa giovane e strepitosa orchestra, che da poco figura nel catalogo della casa di Amburgo – avviene nella sala grande del Conservatorio. Misha Pletnev il non ancora quarantenne ma già affermatissimo (e ben conosciuto, devo dire, anche dalle nostre parti) Direttore che con tutte le sue forze ha voluto questa super-orchestra in cui suonano i migliori elementi di Russia e il cui compito è quello di tracciare con nettezza e coraggio una nuova via nella grande tradizione sinfonica di questo grande paese, offre al pubblico moscovita, solo stasera – ed è un avvenimento per gli appassionati di musica che sacrificheranno ben 50.000 rubli (circa 15.000 lire, un prezzo esorbitante anche di questi tempi per un concerto a Mosca) – un programma d’eccezione: la straordinaria Sinfonia Concertante per Violoncello e Orchestra di Prokofiev e  la celeberrima sesta di Tchaikovsky, in un accoppiamento inedito ma, soprattutto, nobilitato, sino all’evento memorabile, dalla presenza del violoncellista Mischa Maisky, che oltre ad essere universalmente  ( e giustamente) considerato l’erede naturale di Pablo Casales e Mitislav Rostropovic, è stato prima dissidente e in quanto tale (e in quanto di religione ebraica) imprigionato per due anni nel carcere duro di Gorky, divenendo quindi esule prima in terra d’Israele e poi in giro per l’Europa. E’ la prima volta che Maisky torna a Mosca sin dal 1972. In realtà Maiski già suonò, proprio nella “sua” non certo amata Gorky, che era stata appena ribattezzata Nizhny Novgrod (a proposito, devo capire perché le nuove autorità russe ce l’abbiano tanto con il povero -grandissimo- poeta  Massimiliano Gorky che pure, da comunista idealista e convinto, non venne trattato un granché bene dal regime, hanno tolto il suo nome persino dalla storica “perspectiva” e dal celebrato parco), ma fu un concerto assolo e comunque il concerto di questa sera riveste un significato del tutto particolare, per il luogo e per l’orchestra.

Il concerto è splendido, i due Misha vengono acclamati e costretti ad una decina di uscite, Maisky, stanco e, chi lo sa  -lui dice di no- forse emozionato, concede comunque il bis. Di questo e della splendida integrale tschaicovskiana che l’Orchestra sta realizzando per la DG.
D’altra parte questo viaggio e questa musica mi danno spunto per mille riflessioni, e potrei forse, presuntuosamente, comporre un piccolo libro di “memoires” su questi quattro intensissimi giorni. Mi limiterò per forza di cose ad un aspetto pratico, che finisce poi per essere un aspetto culturale: un membro dell’Orchestra Nazionale di Russia, ossia della più scelta ed aristocratica tra le cento grandi orchestre dell’ex U.R.S.S. , guadagna da 80 a cento dollari al mese. Non tutti i mesi perché la stagione non ne dura più di 8. Ecco perché registriamo di notte, dalle 22 ad libitum, perché la mattina quel grande primo violino o quello straordinario oboe, dovranno andare a guadagnarsi il resto della piccola pagnotta, guidando il Taxi o insegnando o vendendo merci sulla propria bancarella. Chiedo a Pletnev se l’Orchestra abbia alcun supporto dallo Stato. Mi risponde sorridendo, con la sua aria serafica da gatta morta “Sì, un supporto spirituale”. Il nuovo stato post-comunista non sovvenziona più la cultura, c’è bisogno di danaro e quando in un sistema iper-liberista c’è bisogno di danaro da dove si attinge? Dalla spesa medica e dalla cultura. Elementi chiaramente accessori del nostro vivere. Cosa vi ricorda?

Martedì mattina ci concediamo, prima di ripartire, un’ultima passeggiata per le vie di Mosca. Seduti su un pezzo di cartone che li separa dalla lastra di ghiaccio che avvolge il marciapiede, in mezzo ai piccoli cumuli di neve allineati dagli spalatori, ci sono due bambini. Il più grande avrà sei anni, il piccolo forse quattro, l’uno suona la fisarmonica, l’altro il tamburo. Seri e impettiti come due soldatini. Mi avvicino e infilo nella cassettina di cartone 10.000 rubli, una miseria, tremila lire o poco più. Il bimbo piccolo mi bacia la mano e io in quel preciso istante vorrei sprofondare nel terreno o mettermeli tutti e due in valigia e portarmeli a casa, al caldo, a mangiare.
Ai guasti provocati dal socialismo reale si aggiungono quelli, altrettanto drammatici ma privi persino di fondo ideale, del capitalismo selvaggio. Ma, Dio mio, dovrà pur esistere un’ altra via!
A tavola l’esule Mischa Maisky, imprigionato dal regime comunista, obbligato a lasciare il suo violoncello e a massacrarsi le mani col manico del piccone, interrompe, col suo sorriso disarmante da bambino troppo intelligente, i motti e le battute del gruppetto di giornalisti stranieri a proposito dell’Unione Sovietica : “guardate che non era tutto cattivo! Il sogno era bello, è chi lo ha amministrato che lo ha devastato. Mio padre era comunista e credeva nel sogno. Purtroppo la gente non era preparata a un sogno tanto bello e complicato”.
Ecco, i russi  ( e le parole di Misha si mescolano a quelle dell’interprete Tatiana) hanno imparato, dopo appena due anni, che la storia, in quanto tale, va storicizzata e soprattutto cominciano a capire (molti di loro hanno sempre capito) che la risposta forse è nella cultura, in quel termine tanto disprezzato, sminuito, stravolto: estetica. Ed estetica è un bel pezzo di musica, un quadro, ma anche una vita dignitosa. Il giorno che avremo capito questo forse, dico forse, avremo trovato quella benedetta “terza via”. Ammesso che la prima fosse davvero così sbagliata…

Oggi Mosca è un po’ cambiata, ma non troppo. Però non ci sono più le venditrici di pietre dure e i tappetini con le coppette di borsch sulle preziose scalinate del Conservatorio.
E mi mancano.

Giornalista, scrittore, editore e critico musicale italiano. Ha insegnato arte e letteratura italiana e condotto programmi radifonici. E' stato produttore discografico e direttore di numerose riviste specializzate.